La felicitĂ  del lupo
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La felicitĂ  del lupo

Paolo Cognetti

  1. 152 pages
  2. Italian
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La felicitĂ  del lupo

Paolo Cognetti

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Tra le pagine vive di questo libro purificatore abbiamo l'impressione di attraversare non le stagioni di un anno, ma di una vita intera. Fausto si Ăš rifugiato in montagna dopo la fine del suo matrimonio, Silvia sta cercando qualcosa di sĂ© per poi ripartire verso chissĂ  dove. Lui ha quarant'anni, lei ventisette: provano a toccarsi, una notte, mentre Fontana Fredda si prepara per l'inverno. Intorno a loro ci sono Babette e il suo ristorante, e poi un rifugio a piĂș di tremila metri, Santorso che sa tutto della valle, distese di nevi e d'erba che allargano il respiro. Persino il lupo, che mancava da un secolo, sembra aver fatto ritorno. Anche lui in cerca della sua felicitĂ .«Un romanzo terso sugli incontri fra esseri umani. Sull'irrequietezza che li spinge a spostarsi per cercare un punto di felicitĂ , o almeno una pace».
Annalena Benini, «Il Foglio» «Un romanzo vivissimo, forse parla dell'uomo che Paolo Cognetti Ú stato e che siamo tutti mentre cerchiamo il nostro posto nel mondo».
Daria Bignardi, «Vanity Fair» «Un libro dei sogni come paesaggi e dei paesaggi come sogni... Il paesaggio - le montagne di Cognetti - Ú il luogo che Ú fuori perché lo vediamo, ma che Ú dentro perché lo cerchiamo».
Vittorio Lingiardi, «la Repubblica»

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Informations

Éditeur
EINAUDI
Année
2021
ISBN
9788858437605
1.

Un ristorantino

Fausto aveva quarant’anni quando si rifugiĂČ a Fontana Fredda, cercando un posto da cui ricominciare. Conosceva quelle montagne fin da ragazzino, e la sua infelicitĂ  quando ne stava lontano era stata tra le cause, o forse la causa dei problemi con la donna che era quasi diventata sua moglie. Dopo la separazione aveva affittato un alloggio lassĂș e trascorso un settembre, un ottobre e un novembre a scarpinare per i sentieri, raccogliere legna nei boschi e cenare davanti alla stufa, assaporando il sale della libertĂ  e masticando l’amaro della solitudine. Scriveva, anche, o perlomeno ci provava: nel corso dell’autunno vide le mandrie lasciare gli alpeggi, gli aghi dei larici ingiallire e cadere, finchĂ© con le prime nevi, per quanto avesse ridotto all’osso le sue necessitĂ , finirono anche i soldi che aveva da parte. L’inverno gli presentava il conto di un anno difficile. Qualcuno a cui chiedere un lavoro a Milano lo aveva, ma si trattava di scendere, attaccarsi al telefono, risolvere con la sua ex gli aspetti lasciati in sospeso, e una sera, poco prima di rassegnarsi a farlo, gli capitĂČ di confidarsi davanti a un bicchiere di vino, nell’unico luogo di ritrovo di Fontana Fredda.
Da dietro il suo bancone Babette lo capí perfettamente. Era arrivata anche lei dalla città, ne conservava l’accento e una certa eleganza, ma chissà in quale epoca e per quali vie. A un certo punto aveva rilevato un ristorante in un posto che, nelle mezze stagioni, non offriva altra clientela che muratori e allevatori di bestiame, e l’aveva battezzato Il pranzo di Babette. Da allora tutti la chiamavano cosí, nessuno ricordava il suo nome di prima. Fausto ci aveva fatto amicizia per aver letto Karen Blixen e intuito un sottinteso: la Babette del racconto era una rivoluzionaria che, fallita la Comune di Parigi, era finita a fare la cuoca in un paesello di bifolchi in Norvegia. Quest’altra Babette non serviva brodi di tartaruga, ma tendeva ad adottare gli orfani e a cercare soluzioni pratiche a problemi esistenziali. Dopo aver ascoltato i suoi gli chiese: Sai cucinare?
CosĂ­ a Natale lui era ancora lĂ­, a maneggiare pentoloni e padelle tra i fumi della cucina. C’era anche una pista da sci a Fontana Fredda, ogni estate si parlava di chiuderla e ogni inverno in qualche modo riapriva. Con un cartello giĂș al bivio e un po’ di neve artificiale sparata in mezzo ai pascoli attirava famigliole di sciatori e per tre mesi l’anno trasformava i montanari in macchinisti di seggiovia, addetti all’innevamento, gattisti e soccorritori, in un travestimento collettivo di cui adesso faceva parte anche lui. L’altra cuoca era una veterana che in pochi giorni gli insegnĂČ a sgrassare chili di salsiccia, interrompere la cottura della pasta con l’acqua fredda, allungare l’olio nella friggitrice, e che girare la polenta per ore era fatica sprecata, bastava lasciarla lĂ­ a fuoco basso e si cuoceva da sola.
A Fausto stare in cucina piaceva, ma qualcos’altro cominciĂČ ad attrarre la sua attenzione. Aveva una finestrella da cui passava i piatti in sala e osservava Silvia, la nuova cameriera, ritirare le ordinazioni e servire ai tavoli. ChissĂ  dove l’aveva pescata Babette. Non era il tipo di ragazza che ti aspettavi di trovare tra i montanari: giovane, allegra, aria da giramondo, a vederla portare polenta e salsicce sembrava un segno dei tempi pure lei come le fioriture fuori stagione, o i lupi che si diceva fossero tornati nei boschi. Tra Natale e l’Epifania lavorarono senza sosta, dodici ore al giorno per sette giorni la settimana, e si corteggiarono cosĂ­, lei appendendogli bigliettini sulla lavagna di sughero, lui suonando il campanello quando i piatti erano pronti. Si prendevano in giro: Due paste in bianco dello chef, diceva lei. La pasta in bianco Ăš fuori menu, diceva lui. I piatti e gli sciatori andavano e venivano a una tale velocitĂ  che Fausto era lĂ­ a grattare le pentole quando si accorgeva che fuori era buio. Allora per un momento si fermava, gli tornavano in mente le montagne: si chiedeva se in alto avesse tirato vento o nevicato e come fosse stata la luce lassĂș, sui grandi pianori assolati oltre la quota dei boschi, e se i laghi ora assomigliassero a lastre di ghiaccio o a morbide conche innevate. A 1800 metri era uno strano inizio d’inverno in cui pioveva e nevicava, e di mattina la pioggia scioglieva il nevischio della notte.
Poi una sera, passate le feste, con i pavimenti umidi e le stoviglie asciugate e impilate, si slacciĂČ il grembiule da cuoco e andĂČ di lĂ  per un bicchiere. Il bar a quell’ora entrava in una tranquilla, pacifica autogestione. Babette metteva un po’ di musica, lasciava una bottiglia di grappa sul banco e i gattisti venivano a cercar compagnia tra un giro di pista e l’altro, mentre livellavano le buche e i dossi prodotti dagli sciatori, riportavano in alto la neve che era stata spinta in basso, la fresavano dov’era ghiacciata perchĂ© tornasse granulosa, su e giĂș sui loro cingolati per lunghe ore buie. Silvia aveva una stanzetta sopra la cucina: verso le undici, dal bar Fausto la vide scendere con un asciugamano in testa, trascinare una sedia accanto alla stufa e mettersi lĂ­ al caldo a leggere un librone. Lo colpĂ­ il pensiero che fosse appena uscita dalla doccia.
Intanto ascoltava le chiacchiere di questo gattista che chiamavano Santorso, come il santo e la distilleria. Santorso gli stava raccontando della caccia ai galli di montagna e della neve. Della neve che quell’anno tardava, della neve cosĂ­ preziosa per proteggere le tane dal gelo, dei problemi che dava alle pernici e ai forcelli un inverno senza neve, e a Fausto piaceva imparare tante cose che non sapeva, ma non ci pensava nemmeno a perdere di vista la sua cameriera. A un certo punto Silvia si tolse l’asciugamano dalla testa e cominciĂČ a pettinarsi i capelli con le dita, avvicinandoli alla stufa. Erano neri, lunghi e lisci come quelli di una donna asiatica, e c’era molta intimitĂ  nel modo in cui li pettinava. FinchĂ© non si sentĂ­ osservata, alzĂČ gli occhi dal libro e, con le dita nei capelli, gli sorrise. A Fausto la grappa bruciĂČ nella gola come un ragazzo alle prime bevute. Poco dopo i gattisti tornarono al lavoro e Babette salutĂČ quei due, ricordĂČ all’uno o all’altra di infornare le brioche la mattina presto, portĂČ via i sacchi dell’immondizia e se ne andĂČ a casa. Era contenta di lasciare lĂ­ le chiavi, i liquori, la musica, e che il suo ristorante favorisse le amicizie anche mentre lei non c’era, una piccola Comune di Parigi tra i ghiacci della Norvegia.
2.

Gli amanti

Quella sera fu lei a portarselo su, fosse stato per lui sarebbe arrivato prima il disgelo. Nella stanzetta di Silvia il solo calore era quello che saliva dalla cucina, cosĂ­ il rito dello spogliarsi risultĂČ un po’ sbrigativo, ma per Fausto entrare nudo in un letto, vicino a una ragazza altrettanto nuda e tremante, ebbe qualcosa di commovente e meraviglioso. Era stato per dieci anni con la stessa donna, e per sei mesi con l’insipida compagnia di sĂ©. Fu come avere finalmente un ospite, esplorare quel corpo: scoprĂ­ che sotto era un corpo forte, solido, cosce robuste, una pelle liscia e tesa; sopra era spigoloso di ossa, poco seno e tutto costole, clavicole, gomiti, e poi zigomi e denti con cui entrĂČ in collisione quando il sesso di Silvia divenne un po’ violento. Non ricordava piĂș la pazienza che ci vuole per capire i gusti di un’altra persona e farle capire i propri. In compenso aveva le mani piene di ustioni, tagli, abrasioni da detersivo, buchi della maledetta affettatrice, e trovĂČ una certa corrispondenza nell’accarezzarla con quelle, alla fine.
Che buon profumo che hai, disse. Sai di stufa.
Tu sai di grappa.
Ti dĂ  fastidio?
No, mi piace. Grappa e resina. Che cos’ù?
Sono le pigne che mettiamo nella grappa.
Mettete le pigne nella grappa?
SĂ­, di pino cembro. Si raccolgono in luglio.
Allora sai di luglio.
Fausto si rallegrĂČ per quell’idea, era il suo mese preferito. I boschi folti e ombrosi, l’odore del fieno nei campi, i torrenti gorgoglianti e l’ultima neve su in alto, oltre le pietraie: le diede un bacio di luglio su quella bella clavicola che sporgeva.
Mi piacciono le tue ossa.
Sono contenta. È da ventisette anni che me le porto dietro.
Ventisette? Hanno viaggiato parecchio.
Qualche giro lo abbiamo fatto, sĂ­.
Sentiamo: dov’erano le tue ossa, vediamo un po’, a diciannove anni.
A diciannove ero a Bologna, studiavo arte.
Sei un’artista?
No. Almeno questo l’ho capito. Di non essere un’artista, voglio dire. Ero piĂș brava a far festa.
A Bologna, lo credo bene. Hai fame?
Un po’.
Vado a prendere qualcosa?
SĂ­ ma solo se fai veloce, ho giĂ  freddo.
Volo.
Fausto scese in cucina, cercĂČ nei frigoriferi, passĂČ davanti alla finestrella sul retro e vide che i cannoni sparavano neve lungo la pista. Ogni cannone aveva un faro che lo illuminava, cosĂ­ il pendio sopra Fontana Fredda era tutto punteggiato da questi fuochi d’artificio, getti d’acqua nebulizzata che ghiacciavano a contatto con l’aria. PensĂČ a Santorso che nel buio della notte spianava i mucchi di neve artificiale. TornĂČ in camera con pane, formaggio, pĂątĂ© d’olive, s’infilĂČ sotto le coperte e subito Silvia gli si strinse addosso, aveva i piedi gelati.
Lui disse: Proviamo ancora. Silvia a ventidue anni.
A ventidue lavoravo in libreria.
A Bologna?
No, a Trento. Ho un’amica di lí, Lilli. Dopo Bologna se n’era tornata a casa per aprire un posto suo, a me i libri sono sempre piaciuti e con l’università ormai avevo chiuso. Quando mi ha invitata non ci ho pensato due volte.
CosĂ­ hai fatto la libraia.
SĂ­, finchĂ© Ăš durata. PerĂČ Ăš stato un bel periodo, sai? È lĂ­ che ho scoperto la montagna. Dolomiti di Brenta.
Fausto tagliĂČ una fetta di pane, ci spalmĂČ sopra il pĂątĂ© d’olive e aggiunse un pezzo di toma. Si chiese come doveva essere, scoprire la montagna. AvvicinĂČ il boccone alle labbra di lei ma si fermĂČ a mezz’aria.
Allora dimmi, cosa ci fai qui sotto il Monte Rosa?
Sto cercando un rifugio.
Anche tu?
Mi piacerebbe lavorare in un rifugio sul ghiacciaio. Per l’estate, dico. Tu ne conosci?
SĂ­, qualcuno sĂ­.
Posso avere quel formaggio?
Fausto le porse la fetta di pane e toma, Silvia aprĂ­ la bocca e l’addentĂČ. Lui respirĂČ dentro i suoi capelli.
Un rifugio sul ghiacciaio, disse.
Secondo te lo trovo?
PerchĂ© no. Si puĂČ provare.
La smetti di annusarmi?
Sai di gennaio.
Silvia rise. E di cosa sa gennaio?
Di cosa sapeva gennaio? Fumo di stufa. Prati secchi e gelati in attesa della neve. Il corpo nudo di una ragazza dopo una lunga solitudine. Sapeva di miracolo.

Table des matiĂšres

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La felicitĂ  del lupo
  4. 1. Un ristorantino
  5. 2. Gli amanti
  6. 3. Lo sbirro
  7. 4. Le valanghe
  8. 5. Una sera di vento
  9. 6. Il bosco caduto
  10. 7. Babette e gli aeroplani
  11. 8. I capelli
  12. 9. Un gatto e due galli
  13. 10. La pompa di benzina
  14. 11. Una casa vuota
  15. 12. In un altro paese
  16. 13. Un ospedale di fondovalle
  17. 14. Il fuorilegge
  18. 15. La figlia del montanaro
  19. 16. Le vie dei canti
  20. 17. Una cartolina
  21. 18. Legno vecchio
  22. 19. Un avamposto dell’umanità
  23. 20. I tagliaboschi
  24. 21. I falĂČ
  25. 22. La nottambula
  26. 23. Un acquitrino
  27. 24. Due cuori e una capanna
  28. 25. Un soccorso
  29. 26. Una lettera di Babette
  30. 27. La cittĂ  perduta
  31. 28. Una sbornia
  32. 29. Una pila di sassi
  33. 30. Il bivacco
  34. 31. I paravalanghe
  35. 32. La raccolta delle mele
  36. 33. Il campo di patate
  37. 34. Un ritorno di fiamma
  38. 35. L’asta del legname
  39. 36. I larici
  40. Sogni di Fontana Fredda
  41. Nota al testo
  42. Il libro
  43. L’autore
  44. Dello stesso autore
  45. Copyright
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Cognetti, P. (2021). La felicitĂ  del lupo ([edition unavailable]). EINAUDI. Retrieved from https://www.perlego.com/book/3427302/la-felicit-del-lupo-pdf (Original work published 2021)

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Cognetti, Paolo. (2021) 2021. La FelicitĂ  Del Lupo. [Edition unavailable]. EINAUDI. https://www.perlego.com/book/3427302/la-felicit-del-lupo-pdf.

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Cognetti, P. (2021) La felicitĂ  del lupo. [edition unavailable]. EINAUDI. Available at: https://www.perlego.com/book/3427302/la-felicit-del-lupo-pdf (Accessed: 15 October 2022).

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Cognetti, Paolo. La FelicitĂ  Del Lupo. [edition unavailable]. EINAUDI, 2021. Web. 15 Oct. 2022.