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Il trattamento del neonato terminale dal punto di vista bioetico
Informazioni su questo libro
Questo libro studia le questioni etiche che insorgono nel trattamento di esseri umani malati, nell'immediata "vicinanza" alla nascita, cioè nella fase prenatale e immediatamente postnatale. Il titolo potrebbe dare l'impressione che tutta l'attenzione si concentri su ciò che è eticamente corretto fare con il neonato al quale rimangono poche ore di vita. Questa, però, è solo la parte più appariscente del problema che, in realtà, riguarda anche la tendenza, abbastanza comune, a disfarsi del feto portatore di malattie o disfunzioni, vere o supposte tali. Altri temi cruciali del dibattito bioetico vengono analizzati in relazione a questo problema e conducono a condividere il giudizio espresso nella Presentazione: «La Bioetica, che orienta al rispetto della vita, è garanzia per la scienza nella misura in cui è garanzia per il rispetto della piena dignità dell'essere umano e del rispetto del primo dei suoi diritti, il diritto alla vita. Dobbiamo essere grati a chi conforta con la ricerca presente anche la retta formazione della coscienza dei professionisti della medicina e dei familiari coinvolti» (Cardinale Elio Sgreccia).
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Informazioni
Argomento
MedicineCategoria
Perinatology & Neonatology1. Antecedenti del problema
I dibattiti in materia di
bioetica si sono concentrati molto su due “segmenti” della vita
umana: quello dell’inizio e quello della fine della vita, con la
tendenza a restringere sempre più l’ampiezza di questi segmenti.
Così, l’intervallo temporale dell’inizio si è concentrato in
sostanza sui problemi che riguardano la “procreazione assistita”.
Al polo opposto, relativamente alla morte del paziente, si
concentrano problemi come quello dell’eutanasia, dell’accanimento
terapeutico, delle cure palliative, del “testamento biologico”, tra
gli altri.
Tuttavia, da qualche tempo, si è
manifestato nella bioetica un interesse relativo ai problemi
concernenti l’essere umano, che si trova nelle fasi che potremmo
considerare come “di poco antecedente” o “di poco successiva” alla
nascita, fasi che possiamo anche chiamare della “vita fetale” e
della “vita neonatale”.
Nel primo di questi settori,
c’erano, da tempo, controversie relative, in particolare, alla
diagnosi prenatale e all’aborto, però, in tempi più recenti, si
sono sviluppati studi e dibattiti sui bambini tradizionalmente
chiamati “prematuri” e che adesso sono definiti come “di peso
eccessivamente basso”. I progressi della neonatologia hanno
permesso di garantire la sopravvivenza di bambini nati con peso
inferiore ai 500 grammi
[1]
.
Tuttavia, questo successo ha
suscitato problemi etici che riguardano quella che impropriamente
viene chiamata “rianimazione” di questi neonati. Secondo una certa
posizione etica, questi avrebbero un rischio molto elevato di
presentare disfunzioni e patologie molto gravi per il resto della
loro vita, quindi è moralmente corretto lasciarli morire, invece di
condannarli a una vita infelice. Secondo un’altra posizione etica,
però, poiché non c’è nessuna possibilità di diagnosticare con
sicurezza, al momento della nascita, se un bambino avrà o no le
gravi malattie menzionate, è moralmente obbligatorio “rianimarli”
tutti per non lasciare morire quelli che in realtà non presentano
tali patologie (sebbene la loro percentuale sia bassa). In tempi
ancora più recenti si sta sviluppando una terza prospettiva che, da
un lato, è incoraggiata dai progressi molto importanti raggiunti
nel campo delle terapie prenatali e neonatali e d’altra parte,
riflette un modo molto diverso di considerare le anomalie e le
disfunzioni e l’evento stesso della morte.
Il primo punto di vista mette in
risalto che, persino nel caso di un feto al quale siano state
diagnosticate malformazioni e disfunzioni serie, sono possibili
oggi, e lo saranno ancora di più domani, interventi terapeutici e
chirurgici capaci di curare o alleviare le patologie, che
potrebbero essere ridotte a proporzioni più tollerabili, ricorrendo
a trattamenti adeguati dopo la nascita. Tutto questo porta a
razionalizzare, almeno in parte, la paura della disfunzione o
dell’invalidità, quando la situazione realmente presenta tali
rischi, senza trascurare certe possibilità di limitarli.
Un’altra cosa è la
paura dell’invalidità o della malformazione che spinge a
rifuggire a tutti i costi questo rischio, per quanto piccolo possa
essere. Questa paura affonda le sue radici in un atteggiamento
esistenziale che rifiuta qualsiasi forma e ampiezza di dolore e di
limite, soprattutto fisica e che si è tradotta nella nozione molto
vaga di “qualità di vita”; per questo, molti accettano la massima
per cui la morte è meglio di una vita di qualità scadente.
L’atteggiamento esistenziale opposto riconosce che la vita è una
mescolanza di gioie e dolori, di salute e malattie, che ogni essere
umano ha le sue qualità e i suoi limiti, che niente, né nessuno è
perfetto, sotto tutti i punti di vista; la vita è buona per se
stessa e si può essere felici a dispetto di molte sofferenze e
limitazioni. In quest’ottica (che potrebbe essere condivisa anche
da chi non accetta il principio assoluto della “sacralità della
vita”) si riconosce che ogni essere umano ha il diritto morale di
vivere e morire con il corredo di qualità e di limiti concreti che
gli sono toccati, senza che nessuno possa decretare che lui “non
merita di vivere” in certe condizioni. Questo tipo di impostazione
sta trovando oggi una valorizzazione crescente e si è tradotta in
una specie di nuovo principio etico, denominato “principio di
vulnerabilità”, in virtù del quale i limiti di vario tipo che
colpiscono ogni essere umano, lungi dal costituire ragioni per
discriminarlo negativamente (e persino negargli il diritto di
vivere), si trasformano in un diritto di protezione di fronte agli
altri esseri umani, i quali, di conseguenza hanno il dovere morale
di offrire questa protezione.
Tutto ciò spiega come le persone
che si occupano dei feti e dei neonati colpiti da gravi
malformazioni, considerino un impegno morale il cercare di curare o
alleviare queste imperfezioni e, al tempo stesso, accettare e
custodire l’esistenza di questi esseri umani feriti. E accettare
significa accogliere il limite più grande: la morte. È la
prospettiva etica che troviamo in un discorso e in una pratica,
recenti, che per brevità chiameremo “trattamento del neonato
terminale”. Riassunta in poche parole, questa prospettiva si può
esprimere dicendo che un feto, che sia colpito da anomalie o
patologie tanto gravi da permettere di prevederne la morte,
pochissimo tempo dopo la nascita, merita di essere accompagnato
fino alla fine del suo tragitto di vita e, dopo la sua nascita, di
essere “accompagnato” come un “paziente terminale” nel corso delle
poche ore di vita neonatale. A prima vista un atteggiamento di
questo tipo sembra assurdo. Tuttavia, approfondendo il significato
e i differenti aspetti della questione, è possibile vedere il
problema sotto una luce differente e comprendere come le persone
(medici, personale sanitario e coppie) che hanno vissuto
concretamente questa opzione, abbiano potuto trovarvi un
significato positivo.
[1]
Cfr.
http://www.bebesymas.com/noticias/sobrevive-bebe-de-475-gramos
;
http://noticias.terra.com.mx/mexico/estados/bebe-logra-sobrevivir-pesando-600-gramos-al-nacer-en-jalisco,327045d2b6873410VgnVCM10000098cceb0aRCRD.html
;
http://www.bebesymas.com/otros/un-bebe-prematuro-de-300-
gramos-ha-sobrevivido-sin-complicacione
2. Alcuni aspetti paradossali dell’argomento e la loro soluzione
È necessario eliminare
alcuni ostacoli di tipo concettuale dovuti al fatto che le
discussioni abituali sul trattamento del paziente terminale
riguardino pazienti adulti e anziani. Pazienti che sono arrivati al
“termine” della loro vita e sono sul punto di incontrare la
“morte”.
Sembra, pertanto, paradossale,
mettere in relazione il concetto di “inizio” della vita (che si
applica al neonato) con il concetto di “termine” della vita, così
come il concetto di “morte” con il concetto di “nascita”. Tuttavia,
le contraddizioni tra i concetti spariscono di fronte a situazioni
reali. In particolare, il concetto di morte non implica un
riferimento al tempo (cioè all’età di colui che muore), dato che
qualunque essere vivente può morire in qualunque momento della sua
esistenza e a poco serve la distinzione tra morte “naturale” e un
altro tipo di morte (che potremmo chiamare “accidentale”) dato che
non esistono criteri precisi per distinguere tra le due.
Per fortuna, non dobbiamo risolvere
questo genere di problemi, dato che la nozione di paziente
terminale si applica per l’appunto al caso di malati, cioè di
persone che sono colpite da una malattia molto seria e la cui
conclusione, a breve termine, sarà la morte. A questo riguardo
appare evidente che molte malattie possono colpire il feto prima
della sua nascita ed essere individuate, con la previsione che, se
arriva a vedere la luce, sarà destinato a morire in poco tempo.
Questo significa che sarà un paziente terminale sin dal mero inizio
della sua vita. Di conseguenza, non sembra strano che si possano
applicare, a questo neonato, molte, se non tutte, le problematiche
bioetiche che si applicano al caso generale del paziente
terminale.
Tutto ciò potrebbe essere usato
come argomento per dire che, alla fine dei conti, il caso del
neonato terminale non costituisce un problema nuovo e che non si
vede il motivo per cui meriti, dal punto di vista bioetico, un
trattamento speciale.
Questa considerazione intuitiva si
scontra, però, con due fatti: uno concreto e uno teorico. Quello
concreto è il seguente: molte persone stanno lavorando e si stanno
preoccupando, da qualche tempo, di questo dilemma; hanno fondato
associazioni specializzate e promuovono attività pratiche destinate
a dare una soluzione “corretta” a questo problema specifico, e
tutto questo risulterebbe incomprensibile se si trattasse di un
problema generico
[1]
. Il fatto teorico consiste in questo: nel problema si trovano
in relazione tra loro diverse questioni bioetiche, che non si
presentano nel caso “generale” del paziente terminale. Sono appunto
le questioni che, in modo implicito, motivano gli sforzi e
l’impegno delle persone e delle associazioni che si occupano di
questo problema ed è importante renderle esplicite, cioè,
analizzarle nelle loro dimensioni specificamente bioetiche e non
solo pratiche. Questo è ciò che si propone, dal punto di vista
teorico, questo volume.
[1]
Si tratta, in particolare, di iniziative come
quella de “La Quercia Millenaria” della quale ci occuperemo nella
seconda parte di questo libro.
II. QUESTIONI BIOETICHE LEGATE AL TEMA
Come abbiamo già
evidenziato nell’introduzione, il tema del neonato terminale è
legato, in modo più o meno diretto, ad altri temi della e bioetica.
Alcuni di essi sono di natura tanto generale e preliminare che non
avrebbe alcun senso discuterli ampiamente in quest’opera. Pertanto,
sarà sufficiente dedicare loro una breve menzione.
1. Il tema dell’aborto
È evidente che il problema
del neonato terminale si presenta nel caso di feti nei quali sono
state individuate malformazioni gravi e che, tuttavia, non sono
stati abortiti. Pertanto, la soluzione del “problema dell’aborto”
in un determinato senso (cioè, nel senso di non praticarlo) è
preliminare a qualunque discussione sul tema del neonato terminale.
Tuttavia, sarebbe ugualmente superficiale trascurare certi effetti
indiretti che una corretta percezione del problema del neonato
terminale può avere, sulla decisione di abortire o non abortire.
Cioè, se una donna percepisce il feto come il proprio figlio e
all’improvviso le si palesa la certezza di una malattia incurabile
che, al massimo, gli consentirà poche ore di vita dopo la nascita,
è ovvio che si sentirà combattuta tra il desiderio di non uccidere
suo figlio e l’incubo di portare avanti una gravidanza fastidiosa e
“inutile”, il che vuol dire una tremenda angoscia psicologica.
Però, se questa donna riesce a percepire il feto come suo figlio,
malato e debole, al quale si possono offrire solo poche cure, potrà
riuscire ad amarlo e accoglierlo, per accompagnarlo fino alla morte
e in tal modo potrà decidere di non abortire. Mi si potrebbe
obiettare che questo discorso non ha validità dal punto di vista
“strettamente etico”, dato che, eticamente parlando, l’aborto si
deve evitare “a ogni costo”; è vero, però, che questo imperativo si
basa sul fatto che il feto è un essere umano a pieno titolo e il
cambiamento di atteggiamento della madre corrisponde proprio a una
presa di coscienza profonda di questo fatto, senza la quale
l’imperativo etico risulta semplicemente un’imposizione. Si noti
che non si tratta di un aspetto secondario, date le sue conseguenze
su certe “distinzioni”, che spesso si fanno, in merito alla liceità
morale dell’aborto.
Di fatto, la motivazione di coloro
che hanno promosso le riflessioni e le iniziative nel settore del
neonato terminale è stata quella di presentare un’opzione
alternativa a un tipo di aborto che trova accettazione da parte di
molte persone che sono contrarie all’aborto “in generale”. Queste
persone ammettono che “eccezionalmente” sia moralmente lecito
abortire un feto colpito da una malattia molto grave, soprattutto
nel caso di una malattia incompatibile con la vita. Si tratta di
quello che a volte chiamano “aborto terapeutico”. Queste persone
pensano che sia “inutile” e senza senso portare avanti una
gravidanza, il cui frutto sarà (nel migliore dei casi) un bambino
destinato a soffrire e a morire in pochi giorni o in poche ore.
Però, applicando al caso di questo feto-bambino lo stesso tipo di
considerazione che si applica al malato terminale (che è destinato
a morire in breve tempo), si stabilisce un’identità di dignità tra
i due, che implica lo stesso atteggiamento etico. È questo il punto
bioeticamente rilevante che, com’è chiaro, è indipendente dal
problema dell’aborto e merita di essere distinto ed esaminato per
se stesso
[1]
.
[1]
La letteratura sull’aborto è vastissima e, non
essendo questo un tema che tratteremo esplicitamente, ci limitiamo
a indicare solo alcuni titoli. La condanna morale dell’aborto è
stata costante nella dottrina morale della Chiesa Cattolica
(sebbene non soltanto in essa) e un recente testo di facile
comprensione in merito può essere quello della Conferenza
Episcopale Spagnola - Comitato Episcopale per la difesa della vita
(1991). Questa posizione si basa sul principio della sacralità
della vita e della sua indisponibilità da parte degli uomini. Gli
autori favorevoli all’aborto si collocano in un contesto
concettuale differente che, in particolare, afferma la
disponibilità della vita da parte dell’uomo. Un libro tradotto in
spagnolo nel quale si presenta questo contesto è Dworkin (1994). Lo
stesso tipo di prospettiva si trova in Pérez Tamayo (2002), mentre
un libro che comprende alcune “controversie” sull’aborto è quello
coordinato da Valdés (2001a), nel quale si pubblicano contributi
più articolati a favore dell’aborto, della stessa Valdés (2001b) e
di Wertheimer (2001).
2. Le diagnosi prenatali
Ogni coppia desidera avere un figlio sano e risulta difficile anche il solo pensi...
Indice dei contenuti
- Copertina
- IL TRATTAMENTO DEL NEONATO TERMINALE DAL PUNTO DI VISTA BIOETICO
- Indice dei contenuti
- Presentazione
- Introduzione
- Prima parte: LA CORNICE TEORICA
- I. DELIMITAZIONE DEL PROBLEMA
- 1. Antecedenti del problema
- 2. Alcuni aspetti paradossali dell’argomento e la loro soluzione
- II. QUESTIONI BIOETICHE LEGATE AL TEMA
- 1. Il tema dell’aborto
- 2. Le diagnosi prenatali
- 3. L’eutanasia
- 4. Le cure palliative
- 5. Il trattamento dei neonati con peso estremamente basso
- III. ALCUNE PRECISAZIONI SULL’EUTANASIA
- IV. LE CURE PALLIATIVE
- 1. I trattamenti medici palliativi
- 2. Le cure palliative
- 3. Un cambio di paradigma nella medicina?
- V. L’EUTANASIA PEDIATRICA
- 1. Il capitolo perinatale della bioetica
- 2. Il problema dell’invalidità
- 3. Il protocollo di Groningen
- 4. Una discussione generale
- VI. LA CURA DEL NEONATO ESTREMAMENTE PREMATURO
- 1. Le tappe della neonatologia
- 2. La nascita pretermine
- 3. Rianimare o non rianimare?*
- 4. Alcune conseguenze ragionevoli
- 5. Alcuni criteri adottati nel mondo
- 6. Chi prende le decisioni?
- 7. La paura della disabilità
- VII. IL TRATTAMENTO DEL NEONATO TERMINALE
- 1. Una nuova prospettiva
- 2. Il principio di vulnerabilità
- 2.1. I Principi di Barcellona
- 2.2. L’ingresso graduale del principio di vulnerabilità in Bioetica
- 3. Il nuovo atteggiamento verso la diagnosi prenatale
- Seconda parte: ANALISI E DISCUSSIONE DI SITUAZIONI CONCRETE
- VIII. INIZIATIVE CONCRETE REALIZZATE IN QUESTO CAMPO: L’ESPERIENZA DE “LA QUERCIA MILLENARIA”*
- 1. Presentazione
- 2. La storia de “La Quercia Millenaria”
- 3. La storia di Gregorio*
- 4. Il caso di Alice
- IX. IL FETO COME PAZIENTE
- 1. Introduzione
- 2. La terapia fetale
- 3. Terapia peri e post-natale
- 4. Conclusioni
- CONCLUSIONI GENERALI
- Riferimenti bibliografici
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