
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Informazioni su questo libro
Questo libro racconta la "storia di vita" di un personaggio poco noto del Risorgimento italiano, ma che fu tra i primi a desiderare ardentemente e operare audacemente – anche con Cavour – per l'indipendenza e l'unità della patria. Per affrettarne la libertà e il progresso scrisse di storia e di economia; e, come Settembrini, Poerio, Pironti, divenne settario e subì il carcere. L'amor di patria – con l'amore coniugale e familiare – fu il motivo di fondo della sua fervida vita, nettamente distinta in un prima e un dopo 1848: borbonico e cattolico liberale prima, filosabaudo e anticlericale poi. L'Autore, quindi, nel contesto storico-antropologico del paese natale e, per dirla con Leopardi, sullo sfondo di «un secolo superbo e sciocco», ma anche teso a «magnifiche sorti e progressive», ne svela luci e ombre, finora ignote o ignorate. Provando, così, a chiarire diffuse visioni di una storiografa risorgimentale – e delle carceri borboniche in particolare –, spesso inflazionata o "avvelenata", cui concorse anche Niccola Nisco, "osservatore partecipante", nonché patriota e politico meridionale.
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
Informazioni
Argomento
StoriaCategoria
Biografie in ambito storico1. Lo stato del nuovo Regno da Waterloo a Gaeta
Quando il 29 settembre
1816 a San Giorgio la Montagna – dal 1860 in provincia di Benevento
e dal 1929 denominato San Giorgio del Sannio – nasceva Niccola
Nisco, da Giacomo e Onorata Corona, nel Sud d’Italia sorgeva una
nuova entità statale: il Regno delle Due Sicilie; il cui re,
Ferdinando IV di Borbone, prese il nome di Ferdinando I. L’anno
innanzi era terminato il Congresso di Vienna, che, segnando la fine
dell’impero napoleonico in Europa, dopo la battaglia di Waterloo,
aveva sancito il consolidamento della Restaurazione e dei sovrani
assoluti anche in Italia. Il nuovo assetto politico, deciso dalle
potenze vincitrici: Austria, Russia, Prussia e Inghilterra, si
articolava in dieci Stati, il più antico e il più popoloso dei
quali era il Regno di Napoli e di Sicilia con 6 milioni e 700 mila
abitanti su di un totale di 20 milioni; e comprendeva tutto il
Meridione, ad eccezione di Benevento, che fin dal 1077 apparteneva
allo Stato pontificio.
In quello stesso anno 1815, erano falliti anche i tentativi di
Gioacchino Murat – dal 1808 re di Napoli per volere del cognato
Napoleone –, di sollevare le popolazioni italiane contro la
dominazione austriaca e creare una nazione unita e indipendente.
Per questo, nel
Proclama di Rimini, del 30 marzo, egli aveva spronato gli
italiani affermando: «L’ora è venuta in cui debbono compiersi gli
alti destini d’Italia. La Provvidenza vi chiama ad essere una
nazione indipendente [...]. Stringetevi saldamente ad un governo di
vostra scelta». Certamente, quel proclama, ritenuto in seguito il
punto di partenza del Risorgimento italiano, era l’espressione dei
sentimenti di uomini appartenenti ad una aristocrazia colta e
geniale, come Pellegrino Rossi, che lo aveva scritto, o come Silvio
Pellico, Cesare Balbo e Alessandro Manzoni, che lo evocava nei
versi:
O delle imprese alla più degna accinto,
Signor che la parola hai proferita,
che tante etadi indarno Italia attese…
Ma, altrettanto certamente, quel pressante invito non
rispecchiava i sentimenti e le idee di tutto un popolo. Il quale,
al di là della “mala volontà” dei suoi governanti, si trovava a
subire proprio in quei due anni e in tutta Europa anche la
carestia, il cui impatto sulla
situazione economica suscitava, in diverse parti d’Italia,
manifestazioni di malcontento, e perfino tumulti, prontamente
repressi. Né mancavano diffuse epidemie, come i molti casi di peste
verificatisi soprattutto in Puglia.
Va però ricordato che dalla Restaurazione del 1815 fino
all’assedio di Gaeta del 1860 – in quasi mezzo secolo di governo
borbonico –, nel regno non si ebbero aumenti di tributi; che anzi
spesso diminuirono. C’erano: una sola tassa diretta, la fondiaria,
che in gran parte fu messa durante il decennio francese, e quattro
indirette: una sulla dogana dei tabacchi, sali, polveri da sparo e
carte da gioco, e tre sul registro, la lotteria e le poste.
«Provammo co’ fatti – scrive lo storico Giacinto de’ Sivo
(1814-1867) – il miglior governare esser quello che costa meno.
Calcolate le imposte sulle popolazioni, ogni Napolitano pagava lire
14 di tasse all’anno, dove ogni Piemontese ne pagava 28». Sulla
buona tenuta delle finanze napoletane, che al momento
dell’unificazione contribuirono più d’ogni altro Stato ad
arricchire l’Italia, dà conto anche Francesco Saverio Nitti
(1868-1953), notando i 443 milioni di lire oro corrisposti dal
Regno delle Due Sicilie a fronte di neppure la metà del resto della
Penisola. Il Mezzogiorno, poteva egli dire, «nel 1860, era un paese
povero, ma aveva accumulato molti risparmi, avea grandi beni
collettivi, possedeva, tranne la educazione pubblica, tutti gli
elementi per una trasformazione». E questa non avvenne; anzi fu
ostacolata dai nuovi governanti “unitari”.
È vero che c’era il «protezionismo borbonico», di cui parla
anche Niccola Nisco, ma quella politica protettiva – scadente
talvolta nel “paternalismo” –, almeno inizialmente era l’unica
possibile, data la scarsità di materie prime essenziali, per
avviare il regno a dotarsi di proprie industrie, formare manodopera
specializzata, acquisire tecnologie e rafforzare l’indipendenza e
la neutralità. Tuttavia, che si possa parlare di una “tradizione
industriale” del Mezzogiorno, lo dimostrano non pochi studi,
iniziati a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, i quali
evidenziano come il settore più avanzato fosse quello siderurgico e
metalmeccanico. L’opificio di Pietrarsa, tra Portici e San Giovanni
a Teduccio, dava lavoro a più di 1.000 operai, disponeva di una
fonderia, produceva artiglierie navali e terrestri, macchine a
vapore, locomotive ecc.; e servì da modello – sei anni dopo – a
quello di Sampierdarena, vicino a Genova, ma con soli 480 operai.
Lo stesso dicasi per le dimenticate ferriere e fonderie di Mongiana
in Calabria; o dei primi pozzi artesiani introdotti in Italia, come
riferisce Giuseppe Buttà. All’indomani dell’unificazione, il primo
censimento del Regno d’Italia registrava nell’ex territorio
borbonico un numero complessivo di occupati nell’industria pari a
1.189.000, a fronte degli operai di Lombardia, Piemonte e Liguria,
che raggiungevano appena gli 810.000.
La marina mercantile siculo-napoletana, che nel 1856 contava
11.500 legni, era per tonnellaggio la terza in Europa, e tra le 25
Compagnie di navigazione primeggiava la «Società delle Due
Sicilie», anche a detta di Nisco «la più poderosa in Italia». I
Cantieri Reali di Castellammare costituivano l’eccellenza mondiale
per la fabbricazione di navi da guerra. L’industria molitoria, con
oltre 300 impianti e le più grandi fabbriche di paste alimentari;
la lavorazione di pelli e cuoio, tanto diffusa da poter fare a meno
della importazione; il settore tessile, con l’industria della seta,
facevano concorrenza a quelle estere; mentre lo stabilimento di San
Leucio, vicino a Caserta, voluto nel 1789 da Ferdinando IV, e in
origine direttamente comunicante col parco della reggia, era
divenuto famoso anche per l’organizzazione del lavoro e il buon
governo di quella comunità.
Last but not least, ancora dal suddetto censimento si
apprende che, se al Nord c’erano 7.087 medici per 13 milioni di
cittadini, al Sud ce n’erano 9.390 per 9 milioni. E in tempi e
luoghi di economia essenzialmente agricola – non solo nel Sud –, di
pauperismo “globalizzato” e di situazioni igienico-sanitarie oggi
inimmaginabili, accadeva che all’inizio del Novecento i livelli più
bassi di mortalità infantile si registravano proprio in Campania,
negli Abruzzi e in Sardegna; mentre fino alla fine dell’Ottocento i
più alti esistevano in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. Che
sono le regioni citate esemplarmente da Nisco, per «quelle
istituzioni civilizzatrici di cui – a suo dire – erano dotati i
loro villaggi». Ma, nonostante quanto fin qui sommariamente
esposto, egli, divenuto antiborbonico dopo il 1848, osava
“malignare”, parlando di «un paese – il Regno delle Due Sicilie –
dai Borboni economicamente sgovernato per poi sbrigliatamente
tiranneggiarlo».
Riguardo all’
ordinamento etico-politico, grazie all’opera di alcuni
ministri illuminati, come il cardinale Ercole Consalvi a Roma o
Luigi de’ Medici a Napoli, in quei primi anni vennero impediti gli
eccessi di una restaurazione intransigente; che, anzi, talvolta
riusciva a trovare una certa continuità con il riformismo
settecentesco. Pertanto, se Pio VII, rientrato a Roma dalla
prigionia francese, soppresse la tortura e abolì diritti e
privilegi feudali; Ferdinando IV, rientrato a Napoli dalla Sicilia,
graziò i 250 compagni dell’ultima impresa di Murat, espellendoli
dal regno, che essi volevano riconquistare. Ma a lui il re
“dovette” comminare la pena capitale, il 13 ottobre 1815, in forza
di quel codice penale dallo stesso Murat precedentemente
promulgato, contro chi si fosse macchiato di atti rivoluzionari.
Nacque così il detto popolare: «Giacchino facette ’a legge e
Giacchino murette acciso», a significare che chi è causa del suo
male pianga se stesso. Un monito ben noto pure a Nisco e a molti
suoi contemporanei e “compagni di sventura”. Anch’io l’ho ascoltato
più volte nella mia infanzia. Ma solo dopo molti anni ho potuto
capire chi fosse realmente quel misterioso e ambiguo «Giacchino».
Intanto nel regno, sebbene fosse stata sciolta la setta
reazionaria dei
Calderari, che, a difesa di una piena restaurazione,
raccoglieva baroni dell’aristocrazia meridionale ed anche elementi
provenienti dalle bande brigantesche borboniche, negli ambienti
liberali i nostalgici dell’età napoleonica, i costituzionalisti e i
rivoluzionari non cessavano di riorganizzarsi in società segrete
con ascendenze massoniche e diversi gradi di iniziazione. Al
riguardo, l’8 agosto 1816, cinquanta giorni prima che Nisco
nascesse, fu emanata una legge, che – regolarmente pubblicata anche
sul
Giornale dell’Intendenza di Principato Ulteriore – si
rivelò quasi un presagio o un saggio avvertimento, che un giorno lo
avrebbe personalmente riguardato e privato, per alcuni anni, della
libertà, perché sarà arrestato e «condannato come settario».
Il re Ferdinando, infatti, su proposta del ministro di grazia e
giustizia, il marchese Donato Tommasi, e udito il Consiglio degli
altri ministri, vietava «le associazioni segrete che costituiscono
qualsivoglia specie di
setta, qualunque sia la loro denominazione, l’oggetto ed
il numero de’ loro componenti»; e le dichiarava «manifesti
attentati alla legge». Puniva i trasgressori con «la pena del bando
da’ nostri reali dominj da cinque a venti anni»; e per chi
concedeva la propria abitazione per le riunioni, da tre a dieci
anni, più una multa da dieci a cinquecento ducati. Anche chi
conservava «emblemi, carte, libri o altri distintivi della
setta» sarebbe stato punito con la prigione da uno a
cinque anni.
Queste rigide norme erano spiegate e motivate dal fatto che «gli
sforzi che tali associazioni fanno per circondare di mistero
l’oggetto delle loro instituzioni, i simboli religiosi che talune
di esse fan servire a materie profane, spargono giustamente la
pubblica diffidenza sulle loro operazioni». Sebbene all’inizio è
possibile che si propongano finalità innocue, col passar del tempo
e «secondo l’impulso delle circostanze, possono facilmente
degenerare in unioni criminose». Infine, la loro reciproca
opposizione sui princìpi che le regolano, «creano lo spirito di
fazione, di turbamento e di discordia civile». Tuttavia, nonostante
queste proibizioni, la
Carboneria, diffusa particolarmente nel Sud, con le sue
«vendite» o sezioni – nel 1820 solo in Irpinia 192 –, e con
ramificazioni in altre parti d’Italia, continuava clandestinamente
la sua attività. Per cui, cinque anni dopo, anche Pio VII, il 13
settembre 1821, la condannò, in quanto «imitazione, se non
emanazione», della Società dei Liberi Muratori o Massoni.
Oggi, senza voler completamente accogliere il poco generoso
giudizio di George Bernanos, che, ne
I grandi cimiteri sotto la luna (1938), opinava essere
l’unificazione d’Italia «la creazione più pura della massoneria
universale del diciannovesimo secolo», va quantomeno tenuto
presente quel che, il 16 maggio 1925, alla Camera dei deputati,
pure Antonio Gramsci faceva notare: «La massoneria in Italia ha
rappresentato l’ideologia e l’organizzazione reale della classe
borghese capitalistica». E ad essa appartennero sia uomini di
Destra che di Sinistra: da Cavour, che fu Gran Maestro, a
Garibaldi, Depretis, Crispi, Bixio, De Sanctis, Zanardelli e molti
altri.
In campo culturale e artistico, nel Regno borbonico, qui
basti ricordare, ed emblematicamente considerare, come proprio
nell’anno in cui nacque Nisco, la notte del 16 gennaio un incendio
distrusse il
San Carlo di Napoli, che aveva come direttore musicale
Gioacchino Rossini. Era il più antico e uno dei più bei teatri
lirici al mondo, voluto ottant’anni prima da Carlo III, che aveva
regnato dal 1735 al 1759. Ricostruito ed inaugurato meno di un anno
dopo, sarà il luogo dove – come vedremo –, il 12 gennaio 1848,
alcuni estrosi liberali inscenarono una manifestazione patriottica,
servendosi proprio del palchetto riservato a Nisco e consorte. In
quell’anno e nel precedente, c’erano in cartellone due opere di
Giuseppe Verdi: l’
Attila, con la cavatina del prologo
Santo di patria indefinito amor; e il
Nabucco, col celebre coro del
Va’, pensiero. Ancora nel 1816, poco distante da quel
teatro, prospiciente il Palazzo reale, Ferdinando I eresse la
basilica di S. Francesco di Paola, dalla cupola solo inferiore a
quelle di S. Pietro in Roma e di S. Maria del Fiore a Firenze. Là,
in quel fatidico 1848, suo nipote Ferdinando II giurò solennemente
la promessa Costituzione. E non molto lontano, al rione
Pizzofalcone, nei primi anni del suo lungo soggiorno napoletano,
dimorava lo studente Niccola Nisco.
2. Dieci secoli di storia e gli uomini con i baffi
La «casa palazziata» della sua famiglia di origine, era ubicata nella provincia di Principato Ulteriore – che dal 1806, dopo Montefusco, ebbe come capoluogo Avellino –, e afferiva al comune di San Giorgio la Montagna, che in una data tra quell’anno e il 1809 comprese anche i limitrofi comuni di Ginestra e di Sant’Agnese, dove abitavano i Nisco, o de Nisco, come spesso si trova registrato quel cognome, fino a Ottocento inoltrato. Posta difronte alla chiesa del villaggio, era a ridosso della strada mulattiera che portava in Puglia, e a pochi passi dalle «case proprie over palazzo» del barone Sellaroli Ventimiglia da un lato, e l’attuale vicolo Freddo dall’altro.
Sui primordi del piccolo comune di Sant’Agnese, allora con qualche centinaio di abitanti, poi divenuto un quartiere di San Giorgio – oggi con circa 2.000 anime su 10.000 –, non si hanno molte notizie né altrettanto sicure. Per San Giorgio, risale al X secolo – 991/92 – la più antica notizia storica, o meglio quella dell’omonima chiesa – divenuta cappella del cimitero dopo il sisma del 1732 – con le sue pertinenze, attorno a cui il lento aggiungersi di casa a casa, digradanti al piano, formò un borgo di «sette piccoli casali». Per Sant’Agnese, invece, la prima certa notizia è di duecento anni dopo. Quando, cioè, il suo nome viene indicato nell’atto di donazione di beni siti in Montefusco, fatta da Maria Bove, vedova di Riccardo Sarletto, al monastero di Montevergine nel 1195.
A proposito delle origini del paese natale di Niccola Nisco, e di altri piccoli centri del circondario di San Giorgio la Montagna, egli vi accenna in uno dei primi scritti: Escursioni nel Principato Ulteriore dal Cubante ad Ariano (1840), non senza aver premesso un romantico incipit. «Nel passato mese di ottobre – tornandovi da Napoli –, come era solito, [io] godeva un viver beato nella mia villa di Principato Ulteriore, ove nelle ore matutine d’ordinario rimembrava una cara idea, che nel sonno mi scuoteva il cuore… e a Dio sorgea / come un inno di lode il mio sospiro». Poi, «drizzato un bacio ed un saluto a que’ piani del Cubante, belli pel vago riso di natura», egli suggestivamente spiegava che i paesi dintorno, «dal loro nome [preso] da’ santi, si conosce essere nati nell’epoca religiosa in cui i popoli oppressi dagli uomini divotamente confidavano in Dio». Ma, altrettanto erroneamente, aggiungeva: «Molti castelli furonvi costruiti da’ Baroni, e quello di Sangiorgio, del quale non evvi alcuno avanzo, è celebrato per la vigorosa resistenza opposta a Ruggiero [II] di Sicilia [1137], per opera principalmente di Rainulfo Conte di Avellino che, con Ruberto Principe di Capua e col doge di Napoli, contrastavane il dominio, quando quel fortunato Normanno, dopo la sconfitta di Tangredi di Conversano e di Grimualdo Principe di Bari, dalle Puglie correva alla conquista di Napoli».
In realtà, assodato che qui «castello» non vuol dire maniero o fortezza, la notizia è infondata, perché frutto della confusione tra San Giorgio (la Molara) e San Giorgio (la Montagna), fatta non solo dal giovane Nisco, ma anche da qualche altro autore prima e dopo di lui; nonostante io l’abbia rilevato ormai quarant’anni fa, e nel 1998 proposi – e venne accettato – che il ricordo di quella certa e più antica data fosse significato nella titolazione dell’attuale Parco del Millenario.
Analogamente ai «casali» di San Giorgio e di Ginestra – questo più piccolo ma forse più antico –, anche Sant’Agnese, infeudato alla baronia di Montefusco, ne seguì per lo più la storia e le vicende. Quindi, sul finire del XVI secolo, il 21 agosto 1589, quando era abitato da 14 famiglie, che, giunte a 30 nel 1630, si dimezzarono dopo la peste del 1656, la sua giurisdizione, con quella del capoluogo e degli altri casali intorno, fu venduta per 45.000 ducati dal barone Pompeo Tomacelli al principe di Venosa Fabrizio II Gesualdo. Lo stesso giorno egli acquistò in burgenzatico – cioè come Terra non proveniente da giurisdizione regia – anche il casale di Calvi, con il giuspatronato della chiesa di San Fortunato – esistente in località Li Mai fin verso il 1840 – e della chiesa di San Giovanni a Marcopio, già donata nel 1135 al suddetto monastero verginiano.
Dai primi decenni del Cinquecento, per quasi tre secoli Sant’Agnese appartenne ai baroni Sellaroli Ventimiglia di Benevento, il cui stemma campeggia ancora all’ingresso di quelle «case proprie over palazzo», che sul finire del Seicento era abitato da Tommaso, sua moglie Margherita de Regina, nata a Napoli, cinque figli e quattro giovani servi: due maschi e due femmine, orfani di uno o ambedue i genitori. Una figlia, Livia Agnese, nata il 28 maggio 1686, fu tenuta a battesimo venti giorni dopo dai marchesi Giovanni Battista IV Spinelli e Lucrezia Longo Minutoli, genitori di Carlo III (1678-1742), che nel 1717 riotterrà il titolo di principe di San Giorgio, perso per liti economico-dinastiche quarantatré anni prima. Morto il cinquantacinquenne Tommaso Sellaroli Ventimiglia, che fu sepolto nella vicina chiesa, il feudo di Sant’Agnese nel 1691 passò al primogenito Carlo, nel 1723 a Cesare, nel 1752 a Carlo II, e da questi nel 1781 alla figlia Livia, che, nata nel 1757, «conseguì nel regio cedolario l’ultima intestazione a’ 19 di gennaio 1795».
Quattro anni dopo, gli effetti della Rivoluzione francese si avvertirono tragicamente anche a San Giorgio la Montagna, che, posto tra Benevento e la via regia delle Puglie, da dove passavano le milizie, era piuttosto un luogo di raccolta anziché un “centro propulsore”. Così come avverrà nei moti del 1848 con Nisco e compagni, intenzionati a «marciare su Napoli». La mattina, dunque, del 3 maggio 1799 i realisti o borbonici, radunati dal comandante Francesco Acquaviva d’Aragona per coprire alle spalle il colonnello Costantino de Filippis che si batteva in Avellino, si scontrarono con i soldati francesi provenienti da Benevento, «a piedi e a cavallo». Nello scontro fu ammazzato «in mezzo allo stradone» il ventenne principe di San Giorgio, Carlo IV Spinelli, che «andava avanti a’ francesi e li scortava e garantiva». A colpirlo con un tiro di schioppo «nel suo proprio feudo, per averlo voluto democratizzare», furono i fratelli Pasquale e Bartolomeo Petrillo di Pietradefusi: l’uno tenente, l’altro aiutante di campo, essendo «persone avvezze alla milizia e atte al regolamento delle masse radunate». Essi e gli altri insorgenti, ritenendo che il giovane principe – ricordato anche da Vincenzo Cuoco e da Giuseppe Maria Galanti – fosse un «traditore» del re, fecero scempio del suo corpo, gli saccheggiarono il palazzo che era nella piazza centrale, a cinquecento metri dalla casa dei Nisco, e assediarono per tre giorni il paese; da dove, però, molti «se n’erano fuggiti».
Nei 144 giorni che durò la Repubblica partenopea, in varie parti del regno vi aderirono, o parteciparono alla «Congiura dei Giacobini», nobili, ecclesiastici, professionisti, popolani e «poco raccomandabili». Tra loro vi fu anche un Domenico Esposito, detto Chiattone, originario di Sant’Agnese, ma dimorante a Napoli. Secondo la descrizione, tratta da uno dei Documenti per la storia dei comuni dell’Irpinia, raccolti da Francesco Scandone, egli era poco più giovane della baronessa Livia Sellaroli Ventimiglia – che dimorava a Benevento –, e prima dell’arrivo dei rivoluzionari era stato arrestato per furto e altri reati. F...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Niccola Nisco
- Indice dei contenuti
- PRESENTAZIONE
- I. IL PAESE NATALE TRA RESTAURAZIONE E SOCIETÀ SEGRETE
- 1. Lo stato del nuovo Regno da Waterloo a Gaeta
- 2. Dieci secoli di storia e gli uomini con i baffi
- 3. Un villaggio nella memoria e la qualità della vita
- 4. Dalla mobilità viaria alla mobilità sociale
- II. I BENI DEI PRINCIPI SPINELLI E IL VERBO «NISCARE»
- 1. L’abate amministratore e proprietario
- 2. Versi avversi ma rivelatori
- 3. I terreni demaniali di Vico di Pantano
- 4. Lui e gli altri per il proprio paese
- III. GLI AVI DEVOTI E LA FANCIULLA BELLA
- 1. Preti, notai e il protettore san Nicola
- 2. In seminario come Mancini, Massari e altri
- 3. Studente a Napoli sulle orme di Vico
- 4. Cattolico liberale e cavaliere del re
- 5. Nella buona e nella cattiva sorte
- IV. LE IDEE DI UN NEOGUELFO
- 1. Gli scritti giovanili e gli elogi al re
- 2. Oltre Gioberti e la modernità dei papi
- 3. I «Gesuiti di campagna» e la plebe abbandonata
- 4. Fede, patria e le domande di Massimo d’Azeglio
- V. E VENNE IL QUARANTOTTO
- 1. Il giorno delle barricate e la mutata rotta
- 2. Quei ritorni a casa e la marcia interrotta
- 3. Il settario-cassiere e il lungo processo
- 4. Tra beghe paesane e ideali politici
- VI. CARCERE DURO E SORVEGLIANZA SPECIALE?
- 1. Case e carceri nell’Ottocento
- 2. Le fake news di un lord inglese
- 3. Il menù dei carcerati e il mondo attorno
- 4. Le frequenti visite e dei servitori personali
- 5. Lo Spielberg che non c’era e le grazie del re
- VII. L’AMOR DI PATRIA E LA STORIA AVVELENATA
- 1. I rapporti con Cavour e le prime delusioni
- 2. L’attività parlamentare e il racconto dei tre re
- 3. La promessa disattesa e le accuse agli altri storici
- 4. Lo storico militante e i giudizi su di lui
- VIII. PER TENER DESTI I VIVI
- APPENDICE
- RICORDANZE DI ADELE DE STEDINGK
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- PUBBLICAZIONI DI NICCOLA NISCO
- BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
- ELENCO DELLE ILLUSTRAZIONI
- INDICE DEI NOMI
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Scopri come scaricare libri offline
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 990 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Scopri la nostra missione
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Scopri di più sulla funzione di sintesi vocale
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS e Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app
Sì, puoi accedere a Niccola Nisco di Angelomichele De Spirito in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Storia e Biografie in ambito storico. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.