1. Dagli anni Dieci agli anni Trenta
La nostra storia ha inizio a nord del Río Bravo, zona di inesauribile richiesta – e al tempo stesso di messa al bando – di stupefacenti provenienti dal Messico. Negli Stati Uniti, l’utilizzo e la vendita delle droghe psicotrope – soprattutto oppio, marijuana e cocaina – nel xix e all’inizio del xx secolo erano legali e di conseguenza la loro diffusione diventò un cospicuo affare economico. Le aziende farmaceutiche addizionarono i derivati dell’oppio (morfina, laudano ed eroina) a diversi rimedi casalinghi per varie malattie poiché gli oppiacei erano tra i pochi antidolorifici efficaci disponibili. Lo stereotipo dell’oppiomane era donna, bianca, di mezza età e di classe media. Anche la cocaina fungeva da additivo a medicinali e prodotti a scopo ricreativo come sigarette o bibite: fino al 1903, per esempio, le foglie di coca vennero utilizzate come colorante per la Coca-Cola.
Progressivamente, negli anni Novanta dell’Ottocento e poi sempre con maggiore determinazione durante i primi vent’anni del Novecento, diverse figure di spicco si espressero criminalizzando l’uso di stupefacenti, un movimento simile a quello coevo che incrementò la produzione illegale di alcolici. Tra i proibizionisti spiccavano i medici consapevoli della facoltà di creare dipendenza presente in quegli additivi (in medicine che in quel momento potevano essere efficacemente sostituite dall’aspirina); cittadini scandalizzati che denunciavano l’utilizzo da parte delle aziende farmaceutiche di droghe per fidelizzare i clienti che consumavano i loro prodotti; e infine razzisti di varia origine, come i bianchi del Sud, che affermavano che la cocaina spingeva gli uomini di colore a stuprare le donne bianche e gli attivisti che accusavano i cinesi di somministrare l’oppio per sedurle. Non era tanto la paura delle droghe in sé a guidare la mano dei proibizionisti, quanto piuttosto la diffidenza nei confronti dei gruppi sociali che le utilizzavano.
Dapprima alcuni governi locali si spostarono su posizioni proibizioniste, poi, nel 1906, il Pure Food and Drug Act impose alle aziende farmaceutiche di indicare gli ingredienti che componevano i farmaci a base di stupefacenti, allarmando così molte casalinghe che involontariamente avevano somministrato oppiacei ai propri figli. Nel 1909 lo Smoking Opium Exclusion Act bloccò l’importazione della droga nelle forme utilizzate dalla maggior parte dei cinesi – limitando così molto il commercio dell’oppio – ma permettendo invece le sue versioni farmacologiche utilizzate dagli americani bianchi. L’iniziativa del 1909 fu suggerita, tra gli altri, dagli imprenditori statunitensi che desideravano sgominare la concorrenza europea (soprattutto inglese) nel redditizio mercato cinese, poiché si pensava, giustamente, che la messa al bando dell’oppio li avrebbe messi in buona luce agli occhi delle autorità cinesi che all’epoca stavano tentando di sradicare il diffuso utilizzo di una droga che, sin dal 1840, era appannaggio degli inglesi.
Tali divieti ebbero diverse conseguenze impreviste: la scarsità provocò un aumento dei prezzi che attirò l’attenzione dei trafficanti di droga e indusse i fumatori di oppio a passare ai suoi derivati più potenti e pericolosi come la morfina e l’eroina. I proibizionisti risposero aumentando le restrizioni, giungendo persino alla criminalizzazione a livello internazionale con la Convenzione dell’Aja del 1912 quando diverse nazioni si impegnarono a rendere illegali oppio e cocaina. Negli Stati Uniti, nel 1914, l’Harrison Act proibì ogni uso non medicinale di oppiacei e cocaina, permettendo invece la cannabis, giudicata (a ragione) relativamente innocua.
Gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra alla droga. La problematica della reperibilità degli stupefacenti e i prezzi ormai saliti alle stelle crearono le condizioni di una nuova generazione di gangster del narcotraffico (la prima volta che Lucky Luciano fu arrestato, nel 1916, fu con l’accusa di spaccio di oppio). Con l’approvazione del xviii Emendamento e del Volstead Act nel 1919 furono bandite produzione, distribuzione e vendita di alcolici, provvedimento che rese illegali i fornitori di quel genere di bevande dando vita così al crimine organizzato negli Stati Uniti. L’ascesa di questo tipo di imprenditoria fu incrementata ulteriormente dalla criminalizzazione della produzione, importazione e detenzione di eroina nel 1924, atto che immediatamente favorì lo sviluppo del contrabbando. Arnold Rothstein, uno dei più potenti criminali newyorkesi, informato dal suo protégé Luciano a proposito del potenziale profitto – un chilo di eroina poteva essere acquistato per 2000 dollari, tagliato e rivenduto per 300 000 – abbandonò il traffico di alcolici a metà degli anni Venti e si dedicò all’importazione di oppio e eroina dall’Europa. Con l’acquisto di una ditta mercantile dalla buona reputazione, Rothstein si procurò la copertura per l’intera operazione iniziando a distribuire stupefacenti sul mercato nazionale attraverso la rete ferroviaria.
La sempre crescente domanda di stupefacenti negli Stati Uniti attirò l’attenzione anche in Messico. Mentre il clima degli Stati Uniti non era adatto alla coltivazione del papavero, la latitudine del Messico forniva la temperatura perfetta per i cactus (a bassa quota) e per i papaveri (ad altitudini più elevate). Le condizioni adatte alle piantagioni di oppio erano particolarmente ideali nel Triangolo d’Oro, una regione montuosa nella Sierra Madre occidentale che comprende gli stati di Sinaloa, Durango e Chihuahua. Qui si sviluppò la coltura del papavero – introdotta negli anni Ottanta dell’Ottocento dai migranti cinesi espulsi dagli Stati Uniti o giunti via mare a Sinaloa, uno stato che si estende per quasi 650 chilometri lungo la costa messicana sul Pacifico. La maggior parte di loro lavorava per le ferrovie o nelle miniere, ma alcune famiglie di contadini entrarono nella produzio...