TERZO ATTO
A: A proposito di Napoli. Vi voglio raccontare una storia che comincia a Bologna, prosegue a Napoli, si spinge a Milano, precipita a Roma… La storia di una donna dalla tenacia e dalla cultura straordinarie.
B: Mi chiamo Alda Levi e sono nata a Bologna il 16 giugno 1890. Sono stata la prima soprintendente donna ai beni archeologici. Mi nominarono a Milano.
C: Mio padre era ingegnere. Mio fratello Giorgio Renato, a 32 anni, era già titolare della cattedra di chimica generale e inorganica all’Università di Milano. Poi, in quanto ebreo, nel 1938, fu cacciato. Come me.
A: Avevo frequentato il liceo classico a Padova: ero così brava che mi esonerarono dagli esami. Se fossi nata appena pochi anni dopo il fascismo mi avrebbero vietato di frequentarlo.
B: Mi laureai in filologia classica a Padova, nel 1913, e poi presi un diploma alla facoltà di magistero. Nel 1915 fui assunta come ispettrice presso la soprintendenza agli scavi e ai musei a Napoli. Incredibile, per una donna.
D: Era stata la Prima guerra mondiale a permettere ad alcune diplomate e laureate l’accesso a posti pubblici che altrimenti sarebbero stati a loro preclusi.
E: Alda, però, fu serena per poco tempo.
A: Lavoravo con il soprintendente Vittorio Spinazzola, un antifascista. Quando Mussolini andò al potere, dopo la marcia su Roma del 1922, Vittorio cadde in disgrazia e io dovetti lasciare Napoli.
B: Passai l’esame per la libera docenza di archeologia nel 1923. Ma nel 1924 fui trasferita a Milano. Era il 16 dicembre. Era stato l’anno del delitto Matteotti e della fine della libertà di stampa. In quei giorni erano riprese le violenze squadriste. Mussolini era ormai saldo al potere.
A: Poiché Milano non era una soprintendenza autonoma, mi fu affidata la direzione dell’ufficio.
C: Un ufficio piccolo piccolo. Poca autonomia per le spese, poco personale. Ma dovevo difendere i beni archeologici di tutta la Lombardia. Mi trovai contro un muro di pregiudizi maschili. Durarono anni e anni: i miei lavori non furono nemmeno citati dai miei colleghi.
D: In quegli anni, tra il 1928 e il 1934, a Milano si discuteva del piano urbanistico dell’ingegner Cesare Albertini.
E: Fu il piano che sventrò la città, coprì i navigli, cancellò palazzi nobiliari, chiostri, chiese e giardini. Alcuni intellettuali tentarono inutilmente di opporsi.
A: Io, invece, scavavo e scoprivo meraviglie: le mura di epoca repubblicana e il fossato del IV secolo attorno a piazza Fontana, il teatro romano in piazza Affari, l’anfiteatro romano alla Conca dei Navigli. Individuai anche una piccola necropoli protostorica a Badia Pavese e una romana ad Angera.
B: Nel frattempo, a Roma, Mussolini s’inventava una città imperiale mai esistita, bianca e spettrale. Per questo faceva sventrare i fori, costruiva vialoni dove c’erano stati vicoli e case. Ma a Milano, nessuno sembrava interessato alle rovine: eppure per quasi due secoli Milano era stata la capitale dell’Impero romano d’Occidente. Non capivo.
C: Qualcuno mi diceva che avevo altro a cui pensare. Che dovevo guardarmi le spalle. Nel 1932 avevo sposato proprio il mio primo soprintendente, Vittorio Spinazzola. Sapevo benissimo in che guaio mi andavo a cacciare. Era un antifascista. E io, donna, continuavo a battermi da sola perché non abbattessero le vestigia della Milano antica.
D: Poi, nel 1938, arrivarono le leggi razziali.
E: Già nel 1936 c’era stata una violenta campagna stampa contro gli ebrei.
A: Ci vietarono di collaborare con giornali e riviste, di qualsiasi genere. Non potevamo partecipare ai concorsi ministeriali, fummo cacciati dalla scuola pubblica. Licenziati da tutti gli impieghi.
B: Ci negarono il diritto di possedere beni di valore superiore a 5.000 lire per i terreni e 20mila lire per gli edifici in città. I professori ebrei furono cacciati dalle scuole, dalle università, da tutte le istituzioni culturali italiane.
C: Oggi, chissà perché, qualcuno parla bene del ministro fascista dell’istruzione Giuseppe Bottai. Ma lui fu un nostro implacabile persecutore. Stabilì, per esempio, che non dovessero comparire negli Annuali i nomi dei professori ebrei cacciati dal servizio, come se non fossero mai esistiti.
D: Pretese che non fossero permessi i necrologi per ricordare i professori ebrei.
E: Impose che gli istituti intitolati a studiosi ebrei cambiassero nome.
A: Così, nel 1939, sono scomparsa dall’archivio della soprintendenza. Sono stata ovviamente sospesa dal servizio. Come se non ci fossi mai stata. Non mi tolsero però lo stipendio. Non so perché: una svista? Qualcuno che cercò di aiutarmi? Accadde tutto all’improvviso. Dovetti andarmene dal lavoro in fretta e furia.
B: Lasciai libri e carte chiusi a chiave nel mio ufficio. Pensavo di tornare. Li recuperò e me li spedì il fedele custode Antonio Silvani a guerra finita, nel 1947.
C: In quegli anni di me si persero le tracce. Ero braccata: ebrea, donna, moglie di un antifascista. Mi rimase fedele soltanto il custode, Silvani. È nelle nostre poche lettere che è rimasto qualcosa di me, di quello che mi è successo in quel periodo.
A: Il 2 giugno 1939 mi hanno tolto anche la libera docenza. Sempre per lo stesso motivo: ero ebrea. Mio fratello Giorgio Renato, a cui era stata tolta la cattedra, se n’era andato dall’Italia: prima in Olanda, poi a San Paolo in Brasile. Fondò un laboratorio di ricerca e riprese a insegnare all’università. Lui, ce l’ha fatta. Ma, al solito, per un uomo era più facile…
B: Io e mio marito Vittorio siamo rimasti a vivere in viale Romagna 37, a Milano. Ci avevano censiti, a noi ebrei. Per questo si sa dove siamo vissuti. Vittorio è morto il 13 aprile 1943. C’era la guerra. Rimasi sola. Avevo subito un’operazione, ero in convalescenza. Ero bandita dalla società.
C: Il 5 maggio 1943 decisi di rifugiarmi a Roma: mi ospitò la famiglia Aurigemma. Ed è da quel momento che Antonio Silvani, il custode del mio ufficio, assunse un ruolo fondamentale. Fu un angelo.
D: Nell’agosto 1943, come abbiamo visto, Milano subisce bombardamenti devastanti.
E: Silvani aiutò Alda a trasferirsi a Roma e a salvare i suoi beni. Li nascose a casa sua. Ma lei era preoccupata degli scritti del marito. In una lettera si chiedeva che fine avrebbero fatto.
A: Dopo l’8 settembre, le persecuzioni contro gli ebrei si inasprirono. Il 4 gennaio 1944 un decreto legislativo ordinò a tutti i capi delle province di confiscare tutti i beni di qualsiasi natura delle persone “di razza ebraica”. Chi avesse tentato di nasconderli o portarli via sarebbe stato duramente punito.
C: La verità è che molti italiani rubarono a man bassa ciò che apparteneva a vicini e conoscenti ebrei. Molti li denunciarono ai nazifascisti per poterli poi depredare.
D: Il 30 novembre 1943 il ministro dell’Interno aveva ordinato l’arresto e la deportazione di tutti gli ebrei.
B: Mi sono nascosta nel Museo delle Terme, a Roma, perché era chiuso. Vi immaginate? Io sola, in quelle sale immense di mattoni. Eppure solo tra quelle rovine romane trovavo un po’ di pace.
C: Poi però mi hanno accolta in un convento di suore. Così sono riuscita a sfuggire al rastrellamento del g...