Cittadinanze medievali
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Cittadinanze medievali

Dinamiche di appartenenza a un corpo comunitario

  1. 273 pagine
  2. Italian
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Cittadinanze medievali

Dinamiche di appartenenza a un corpo comunitario

Informazioni su questo libro

Appurata l'inesistenza di un concetto univoco di cittadinanza nell'Occidente medievale, resta l'interesse per l'eccezionale sperimentazione di forme di aggregazione, funzionamento ed esclusione dei corpi comunitari in quel periodo. I saggi di questo volume, opera dei maggiori medievisti italiani e internazionali, ne approfondiscono tre aspetti: il nesso tra appartenenza alla collettività e contribuzione economica dei singoli; la coesistenza di livelli diversi di partecipazione alla vita pubblica di un corpo comunitario; e infine le forme di esclusione sociali, religiose e politiche, e le pratiche di reintegrazione parziali nel tessuto comunitario. Emergono categorie ibride di cittadinanza, caratterizzate da una distribuzione graduata dei diritti e più vicine paradossalmente alle realtà attuali dei grandi modelli teorici del secolo scorso.

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Informazioni

Anno
2019
eBook ISBN
9788833131788
I
Appartenere al corpo comunitario
Luca Loschiavo

Oltre la milizia: fisco e civilitas per i Goti di Teoderico*

1. L’avvento di Teoderico in Italia e la nascita del regnum
È ormai riconosciuta l’importanza della politica fondiaria attuata da Teoderico nella diocesi italiciana anche in rapporto alle vicende che accompagnarono l’insediamento dei nuovi venuti e la coesistenza nella Penisola di due popolazioni – la romana e la gota – fra loro così distanti. Forse, però, non si è posta altrettanta attenzione al ruolo svolto dalla fiscalità nella realizzazione del progetto teodericiano. Si può credere, in effetti, che la politica fiscale della monarchia, oltre a riempire le casse del sovrano, perseguisse anche l’obiettivo di favorire l’integrazione e la convinzione del reciproco interesse alla cooperazione da parte delle due componenti etniche. È un aspetto sul quale val la pena di soffermare lo sguardo. Non prima, però di aver richiamato il più generale contesto in cui avvenne l’ingresso degli Ostrogoti in Italia e l’assetto “costituzionale” immaginato all’epoca da Teodorico e dai suoi consiglieri.
Il V secolo, com’è noto, segna un momento di svolta nella storia dell’Occidente romano. In rapida sequenza, una pluralità di nuove realtà politiche – i cosiddetti regni romano-barbarici – si sottrae progressivamente al controllo imperiale. Alla fine del secolo, la pars occidentis dell’impero è ormai un ricordo. Da un certo punto di vista, questi regna possono quindi effettivamente intendersi come gli “assassini” di Roma.1 Per altro verso, essi rappresentano invece altrettanti “esperimenti” o tentativi di “dare forma al nuovo”, assorbendo e trasformando gli elementi ancora vitali del mondo antico, sotto la spinta di valori ed energie spirituali portate dal cristianesimo e da altre forze estranee alla tradizione greco-romana. In altri termini, può qui riconoscersi il primo e ancora incerto atteggiarsi di quella commistione di culture e tradizioni che è alla base della civiltà europea (almeno nella misura in cui una comune civiltà europea possa essere pensata come realtà effettuale e non come mera aspirazione ideale).
Considerati sotto una simile prospettiva, questi nuovi protagonisti della storia politica richiamano attenzione soprattutto per le originali soluzioni che ciascuno di essi seppe elaborare di fronte al problema comune di far convivere gli abitanti delle ex province imperiali con i nuovi venuti provenienti dall’est e dal nord. Nel momento in cui i sovrani barbari assunsero il potere su regioni o addirittura intere province tardoimperiali, il problema avvertito con maggiore urgenza era appunto quello di insediare materialmente i nuovi venuti, coronando il sogno che li aveva convinti a intraprendere un viaggio lungo a volte anche diverse migliaia di chilometri.
Da molto tempo la storiografia s’interroga sulle modalità con le quali si attuò tale insediamento e la discussione rimane apertissima.2 Rispetto al passato, prevale oggi negli studiosi la consapevolezza di dover considerare queste realtà osservandole nella loro specificità prima di tentare ogni generalizzazione. Di fronte a esigenze tutto sommato simili, anzi, ciò che oggi appare maggiormente degno d’interesse è proprio la varietà e l’originalità delle soluzioni che furono elaborate e messe in atto nella Gallia meridionale e poi nella Spagna dei Visigoti, nella Savoia dei Burgundi o nell’Africa dei Vandali, nel regno dei Franchi o in quelli degli Anglosassoni.
Per quanto riguarda la Penisola italiana – al di là della rapida ma comunque decisiva esperienza condotta da Odoacre (476-489) – è con il lungo regno di Teoderico Amalo (489-526) che ci si deve misurare. Il regno ostrogoto rappresenta, sotto l’aspetto che qui interessa, un caso del tutto particolare. I Goti giungono in Italia nel 489 al termine di un lungo cammino cominciato un anno prima e dopo aver siglato una formale intesa con la corte imperiale di Costantinopoli. Non solo, quindi, i Goti orientali guidati da Teoderico sono milites foederati dell’impero, ma si muovono anche per svolgere una precisa missione loro affidata: eliminare Odoacre – che a corte è ora considerato un usurpatore – e ripristinare l’ordine romano sull’antica culla dell’impero.
Non si trattava tuttavia di una semplice operazione militare e della sostituzione di truppe mercenarie infide (quelle che si erano ribellate a Oreste e prima ancora a Giulio Nepote per obbedire a Odoacre) con altre maggiormente affidabili. I ventimila (o forse trentamila) guerrieri al seguito di Teoderico portavano con sé verso l’Italia anche i rispettivi gruppi familiari (si calcola che ad accompagnare Teodorico ci fossero complessivamente centomila persone). Potrebbe al riguardo impiegarsi la tradizionale espressione storiografica del “popolo-esercito”, a patto, però, di intenderla tenendo conto dei risultati cui è giunta la moderna teoria dell’etnogenesi.3 Non una compagine etnicamente definita (oltre a tribù gote erano presenti barbari che appartenevano a differenti etnie e che si erano aggregati strada facendo al corpo di spedizione partito dalla Tracia), bensì un “popolo in formazione” la cui compattezza era principalmente dovuta alla condivisione di un certo patrimonio di tradizioni comuni (Traditionskern) e, più ancora, di un preciso progetto politico (in questo caso, quello prospettato da Teoderico).4 In precedenza, per molti decenni, la maggior parte di coloro che formavano il séguito di Teoderico aveva percorso in lungo e in largo la Mesia e i Balcani in cerca di una terra all’interno dell’impero sulla quale radicarsi. Ora essi inseguivano l’idea di ripetere la fortunata impresa dei cugini occidentali (i Visigoti) che, circa ottanta anni prima, anch’essi dopo lungo peregrinare, si erano diretti verso ovest riuscendo a fondare un proprio stato autonomo (una Gothìa), nelle Gallie meridionali.
In realtà, i termini dell’accordo con l’imperatore Zenone in base al quale Teoderico si era mosso alla volta dell’Italia erano alquanto vaghi nell’indicare ciò che sarebbe successo una volta sconfitto Odoacre.5 Le espressioni utilizzate dall’Anonimo Valesiano a proposito dell’ampiezza dei poteri affidati a Teoderico sono ambigue e forse riflettono la nebulosità delle parole impiegate nell’occasione dalla corte bizantina.6 In ogni caso, quando la vittoria dell’exercitus condotto da Teoderico parve sicura, l’ambiguità politica e giuridica del ruolo del re goto emerse in tutta chiarezza.
A Teoderico certamente non sfuggiva il fatto di dover raccogliere a questo punto due distinte tradizioni politiche. Più ancora, però, su di lui convergevano aspettative differenti che occorreva conciliare. Agli occhi dei Romani, l’Amalo non era che un ulteriore esempio di quei “generalissimi” di origine barbarica che, ormai già da un secolo, tenevano le redini della politica occidentale. Come era accaduto con i vari Bautone, Arbogaste, Stilicone, Ricimero, gli abitanti della praefectura Italiae non avevano perciò difficoltà a riconoscere in Teoderico il «patrizio occidentale». Da lui si attendevano che, in qualità di magister militum, e cioè come titolare del più alto grado militare nella pars occidentis dell’impero, svolgesse il ruolo di vicario imperiale mantenendosi formalmente subordinato all’imperatore e nel pieno rispetto dell’ordinamento (l’unica variante, rispetto ai predecessori, era costituita dall’assenza – peraltro ormai generalmente accettata se non addirittura salutata con favore – di un imperatore d’occidente).
Teoderico era però anche il capo politico e militare (il rex) di un coacervo di tribù barbare compattate dall’idea di insediarsi stabilmente entro i confini dell’impero. In questo senso, il suo ruolo di guida militare e politica doveva confrontarsi con la volontà dei leaders dei vari gruppi tribali che componevano il suo “popolo-esercito” e che continuavano tradizionalmente a esprimere il loro punto di vista nelle grandi adunanze periodiche.7 Se non soddisfatti, molti di questi capi sarebbero stati pronti a discutere l’autorità di Teodorico e forse anche il suo progetto di governo monocratico.8 Pur dichiarando una genealogia antica e prestigiosa (quanto, in buona parte, immaginaria) che lo legittimasse agli...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Indice
  6. Introduzione
  7. I. Appartenere al corpo comunitario
  8. II. Spazi politici e livelli di partecipazione
  9. III. Esclusione e inclusione nel corpo comunitario
  10. Gli autori

Domande frequenti

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