Domani e dopodomani
Una sirena risuonava nell’aria in
direzione dell’ospedale. L’ora del tramonto pareva inghiottirne
metro dopo metro l’eco che svaniva nel cielo. Qualcuno stava male,
in quell’angolo insignificante del mondo dove altri milioni di
persone stavano male, anche senza una sirena. Cercò di stornare il
pensiero alzando lo sguardo sul verde dei rami. Il cielo s’era
schiarito, ma continuava a piovere. Pioveva da tre giorni. Gli
alberi grondanti chiedevano una tregua e la terra era inzuppata
d’acqua e di freddo. Le auto transitavano lente dietro la noia dei
tergicristalli. Ogni cosa pareva immersa in una palla d’acqua. Si
affacciò sulla porta del cortile. Quell’angolo del retrocucina era
il suo preferito, perché da lì poteva contemplare l’immenso
giardino che confinava con la sua casa. Quegli alberi secolari
erano ormai il suo paesaggio dell’anima: ogni ramo, ogni foglia,
ogni nuova fioritura o morte autunnale erano i silenziosi
interlocutori dei suoi pensieri, che nascevano di gemma in gemma e
sfiorivano ai primi venti dell’autunno. Abbassò lo sguardo di nuovo
sulla terra, richiamata alla realtà dal bambino - il figlio dei
vicini - che aveva tirato fuori dalla cantina la sua bicicletta, il
monopattino e l’auto a pedali. S’era messo a lavarli, ad uno ad
uno, cercando di asciugarli con uno straccio inzuppato d’acqua. Lui
pure era bagnato fradicio, ma pareva che non gliene importasse
neanche un poco, rapito com’era nel suo intento. Uscì ad aiutarlo.
“Perché vuoi asciugarli a tutti i
costi anche se continua a piovere?”.
“Perché ormai è sera”.
“E che cosa succederà questa
sera?”.
“Sarà buio e domattina smetterà di
piovere perché io sono stanco di questa pioggia. Preparo i miei
mezzi, perché domani, al sole, girerò per tutto il giorno”.
“Dammi uno straccio. Voglio
aiutarti”.
Il bambino le offrì uno straccio
inzuppato. “Puoi girare con me, se vuoi. Quale ti piace di più? Il
monopattino o l’auto a pedali?”.
“Quello che non vuoi tu”.
“Allora faremo cambio ogni volta,
perché a me piacciono tutti e non voglio che nessuno se ne abbia a
male”.
La donna strizzò lo straccio e
aiutò il bambino ad asciugare i veicoli riponendoli nella cantina.
“Mettili vicino alla porta, così sono pronti per domattina”. Lei
ubbidì. Il bambino chiuse la porta della cantina e ciascuno dei due
si diresse verso la propria entrata. “A domani! - gridò lui -
Presto, appena ti alzi. Promesso?”. “Promesso!”, rispose lei.
Entrò in casa, accese la luce e si
mise a preparare la cena. Presto sarebbero rientrati tutti e
avrebbero volentieri mangiato qualcosa di caldo. Quella primavera
assomigliava piuttosto all’autunno, o soltanto lo anticipava. Aveva
quasi finito di apparecchiare, quando squillò il telefono. Dal
Pronto Soccorso una voce sommessa, con la erre francese, le
sussurrava con garbo parole di conforto che lei non riusciva quasi
a percepire: suo marito e i suoi figli erano stati ricoverati, ma
di più non sapeva dirle. Rimase inebetita, seduta sulla poltrona,
con la cornetta incollata all’orecchio. La riagganciò chissà quanto
tempo dopo, mentre sentiva la sua voce bisbigliare “vengo subito”.
Stava cercando confusamente le chiavi di casa, quando udì dei
tocchi leggeri sulla porta del cortile. Il vetro incorniciò il
bambino dei vicini che era venuto a chiamarla.
“Vieni!, ha smesso di piovere.
Dobbiamo girare, me lo hai promesso”.
“Ma avevi detto domani”.
“È già domani. Guarda il cielo
com’è rosso. Così domani sarà dopodomani e noi gireremo di più”.
Aveva ragione: il cielo era rosso e aveva smesso di piovere, ma lei
non si era accorta di niente. “Sei già vestita. Esci, dài, ci
divertiamo!”.
“Non posso, scusami, davvero devo
andare, ma domani verrò con te come ti ho promesso; adesso proprio
non posso. Ciao, a domattina”.
Lo baciò sulla testa bagnata, gli
accarezzò la smorfia delusa e chiuse a chiave la porta. Il bambino
rimase lì, con il naso appiccicato al vetro, a fissarla da fuori.
Prima di uscire, il suo sguardo attraversò la tavola apparecchiata.
La lasciò così, tale quale alle altre sere, pronta ad accogliere le
risa, i racconti e anche le offese che la condivano ogni volta
durante la cena. In certe sere pareva che ognuno di loro snodasse
gli angoli del proprio carico di inquietudini e di paure e lo
rotolasse sulla tavola, in mezzo al pane e al cibo che si
colorivano di umori diversi. Lei interveniva a volte tentando di
ricomporre entro una cornice le tessere che rimbalzavano da tutte
le parti come se avessero un moto proprio, incurante di quello
altrui. E non c’era mai verso di chiuderla, quella cornice, per
nessuno di loro che litigavano perfino l’ultima parola. L’eco delle
voci, mista alle risa e alle ghignate, si spandeva per la casa e
poi si acquietava da sé, sfinita del proprio girovagare. E riposava
nel cassetto piegata dentro la tovaglia fino all’indomani,
nell’attesa di una nuova esplosione di affetti.
Uscì di corsa, pentita di avere
indugiato su quelle immagini di sempre, sui fagotti srotolati che
ora non le pesavano più come a volte aveva pensato e sarebbe stata
disposta ad ammucchiarne a quintali, purché fosse dato a ciascuno
recitare ancora quelle scene, ognuno la sua parte. Invocò il Dio
buono e misterioso che abitava la sua povera fede, affinché ogni
cosa rimanesse così com’era stata. Sempre così. Si affrettò verso
l’ospedale, non sapendo che cosa sarebbe accaduto dopo. Domani e
dopodomani. Le tornò in mente il bambino dei vicini. Mentre
camminava stralunata, lo rivide girare nel cortile sull’auto gialla
e rossa. All’improvviso si trovò seduta al suo fianco, nel
minuscolo abitacolo foderato di pelle, che aveva asciugato con lui
poco prima. Distese le gambe che le sembravano di piombo. Il
bambino guidava il suo veicolo con una gioia sfrenata; poi si era
messo forse a cantilenare una nenia, se lei si risvegliò davanti al
Pronto Soccorso. Era già buio. Sulla strada tutti i fari erano
accesi. Il bambino la salutò con la mano grassottella, “a domani, a
domani!…” udì nella mente la sua voce festosa. Dentro l’ospedale,
nei corridoi lunghi senza fine, era già notte fonda.
Si ritrovò in casa senza neppure
sapere come. Era domani? Era dopodomani? Non sapeva. Entrò, accese
la luce e continuò a vagare nel suo buio. La cucina sprofondava nel
deserto intorno alla tavola apparecchiata, che giaceva nuda nel
silenzio delle pareti. Sparecchiò con gesti lenti le stoviglie mute
e le ripose al loro posto come paramenti sacri. Appoggiò la testa
sul tavolo mentre il piombo del cuore le andava invadendo ogni
fibra. Sotto gli occhi chiusi, prese corpo, foglia a foglia, il
paesaggio noto: sopra gli alberi, oltre i rami, le nuvole si
stendevano nell’aria, candide, stirandosi in un gesto sonnolento a
ricoprire lievi il cielo ancora addormentato. Prima o poi quel
cielo sarebbe stato d’altri, come di altri era stato per un numero
infinito di esistenze prima di lei. Nemmeno quel disegno di cielo
le apparteneva e non c’era persona o cosa sulla faccia della terra
che potesse appartenere ad alcuno. Nulla mai sarebbe durato per
sempre, per lei come per nessun altro. Socchiuse gli occhi per una
frazione di secondo: oltre il vetro, nel cortile, il bambino dei
vicini la chiamava con voce imperiosa, agitando la testa di
riccioli nel chiarore del mattino. Anche il tocco della piccola
mano sul vetro della porta risuonò deciso nella casa deserta.
Allora egli entrò, allungò le esili braccia, la tirò con tutta la
sua forza fin sulla soglia del cortile e le indicò fiero i veicoli
allineati che luccicavano nel sole già alto. Poi si mise seduto ad
aspettare con pazienza che lei salisse di nuovo a girare con
lui.