I. ANTIGIUDAISMO
1.1. L’antigiudaismo pagano
Il peccato più grave attribuito agli ebrei fu dunque quello di credere in un unico Dio e di condurre una vita totalmente diversa da quella degli altri popoli dell’antichità.
Ma chi erano questi altri?
Comunità di ebrei andarono nei secoli a vivere e lavorare ad Alessandria d’Egitto, a Cirene, a Cipro, nelle città dell’Asia minore e della Grecia, più tardi anche a Roma; entrarono in contatto con popolazioni idolatre che vivevano secondo modelli completamente differenti, quindi in ogni luogo la vita in comune risultò molto difficile. Gli ebrei, poi, erano così intransigenti che non consideravano uomini coloro che non credevano in un unico Dio e vivevano senza osservare le leggi divine. Gli stessi pagani avevano poca simpatia nei confronti di queste comunità sparse sulla costa del Mediterraneo, che dovunque e comunque volevano conservare i loro costumi e le loro leggi.
Ma gli ebrei non potevano starsene nella loro terra?
Sarebbe stata la soluzione migliore: a casa tua sei libero di fare quello che vuoi; ma la Palestina era povera e bisognava pur lavorare. La presenza di gruppi nomadi semiti, in particolare nella zona del delta del Nilo, è attestata in numerose fonti egizie. Le invasioni e le deportazioni costrinsero spesso gli ebrei ad abbandonare la loro patria.
A proposito di esodo, mi ricordo la cattività egiziana e quella babilonese, anche se faccio confusione con le date.
La prima è collocabile fra il XVIII e il XVII secolo a.C., quella che poi si concluse con l’esodo degli ebrei guidati da Mosè; la seconda è quella datata 597 e 587, al tempo dell’imperatore Nabucodonosor.
C’entra qualcosa con il “Nabucco” di Verdi?
Sì. Il titolo dell’opera è tratto dal nome del re babilonese; il pensiero che va alla “patria sì bella e perduta”, è quello degli ebrei che ricordano la lontana Palestina e la sacra Gerusalemme.
In sostanza, non furono facili i rapporti fra gli ebrei e gli altri popoli.
Ecco il nocciolo del problema: Essere o non essere? Continuare a essere ebrei, conservando la propria identità o integrarsi con le altre culture e quindi scomparire? Quale atteggiamento tenere con le altre istituzioni politiche e religiose? Come fare in modo che gli altri – anche se non condividono le tue credenze – ti permettano di vivere in accordo con esse?
È un problema esistenziale che riguarda anche oggi le comunità islamiche che vivono in Europa.
Certo, noi non approviamo i matrimoni combinati dai genitori, la condizione d’inferiorità delle donne, l’uso del velo islamico, del burqa, i limiti imposti dal Ramadan, le rigide norme alimentari, l’obbligo per i bambini di frequentare le scuole coraniche; però la cultura è la realtà di un popolo e se cambia, deve cambiare dal suo interno.
La soluzione?
Trovare un modus vivendi che rispetti le esigenze di tutti.
Rama Burshtein, autrice e regista del film israeliano La sposa promessa (2012), ambientato nel contesto culturale di una comunità ultraortodossa chassidica, alla quale la stessa autrice appartiene, racconta: Noi viviamo pacificamente accanto ai nostri vicini laici. Non interferiamo nelle loro vite, e loro non interferiscono nelle nostre. I miei personaggi non vogliono fuggire dal loro mondo. Al contrario, vogliono rimanerci.
Gli ebrei non sono mai cambiati nei secoli?
Sì. I sefarditi (in ebraico Sefarad significa Spagna), gli ebrei che vivevano nella penisola iberica e che poi furono costretti a disperdersi nell’Europa occidentale, limitarono nel tempo il rigore delle prescrizioni. Gli yemeniti, ovvero quelli che abitarono nello Yemen per 2500 anni, e gli askenaziti, gli ebrei dell’Europa centrale e orientale, rimasero invece più legati all’ortodossia.
Torniamo alla storia. Nel 168 a.C. la Palestina riacquistò la sua indipendenza ma nel 70 d.C., in seguito a una terribile guerra fra gli ebrei e i romani, Gerusalemme cadde e il secondo tempio fu distrutto. Dopo questo evento, uno dei più gravi della loro storia politica, gli ebrei persero l’indipendenza nazionale e il loro centro religioso. La maggior parte della popolazione si troverà sparsa soprattutto nelle regioni del Mediterraneo, dipendente da autorità non ebraiche.
A partire da questo periodo – scrive Rosenbaum – le autorità religiose inasprirono le regole rituali, soprattutto riguardo ai matrimoni e all’alimentazione, riducendo in questo modo i rapporti con le altre popolazioni. Per essere pienamente praticata, la religione ebraica implica una certa separazione sociale e una diversa suddivisione del tempo, così che quasi dovunque le comunità ebraiche non si fusero che parzialmente con gli altri popoli. Esse reclamano talvolta presso le autorità l’esenzione da certe tasse o obblighi, soprattutto per la pratica del Shabbath, che poteva essere considerato come una sorta di privilegio illecito. Questo fenomeno […] rappresentava una concessione religiosa piuttosto singolare per l’epoca. Bisogna ricordare, infatti, che nel mondo pagano un popolo non negava sempre le divinità degli altri popoli. Alla fine di un conflitto, per esempio, i vincitori potevano imporre le loro credenze, ma tolleravano talvolta che le divinità dei vinti fossero adorate insieme alle loro. In un mondo politeista questo non era eccezionale. Per il monoteismo ebraico, invece, l’arrivo di divinità pagane in un luogo di culto era un’infamia.
Gli ebrei […] rifiutavano di partecipare ai sacrifici offerti alle altre divinità e questo atteggiamento era spesso interpretato come una forma di asocialità, di xenofobia o ...