Danila Castelli
mai un gradino sopra agli altri
Nell’annuario del Bureau è al n. 69. Nasce a Bereguardo, in provincia di Pavia, nel 1944 e muore a Pavia nel 2016. Nel 1989, afflitta da tempo da un tumore endocrino devastante che le procurava frequenti crisi ipertensive con pericolo di vita, sottoposta a nove interventi chirurgici, va a Lourdes. È senza speranze e va a raccomandare la sua anima alla Madonna. Esce dalle piscine risanata. Il Bureau si pronuncia dopo ventuno anni e due anni dopo, nel 2011, il Vescovo di Pavia Giovanni Giudici emana il decreto: «Questa guarigione è un avvenimento prodigioso e dico che ha valore di segno».
Bereguardo è un paesone affogato nelle nebbie padane, ad un tiro di schioppo da Pavia. Qui raramente il sole, tranne l’estate, riesce a bucare. La vita è ordinata, la gente tranquilla. A Bereguardo non si registrano negli anni, ma anche nei secoli, personaggi e fatti di cronaca.
L’unica è Danila Castelli protagonista di una cronaca bella, che profuma di miracolo. Anzi è un miracolo come, dopo ventitré anni dalla improvvisa guarigione, ha certificato la Chiesa.
Sono andato nella sua casona patriarcale, dove viveva con una numerosa famiglia, due cani e quattro gatti. Un giardino accomuna la sua residenza con quella di sua figlia Valeria. Tre gradini, un patio con la Madonnina di Lourdes ed una campanella, per suonare alla porta.
Il salotto ci accoglie caldo, così come calorosa, quasi vulcanica, è l’accoglienza di Danila. A dominare l’ambiente è un grande crocifisso ligneo. Tutto intorno quadri antichi, di ottima fattura, una Natività scolpita in legno, un leggìo, un ostensorio su una consolle veneziana.
Danila non riesce a stare ferma, ci porta dappertutto, ci mostra album di fotografie e di ritagli di giornale. Ci presenta la figlia Valeria. È incinta e da lì a qualche giorno metterà al mondo Gabriel, il quarto nipote.
Valeria è un medico. Non sa spiegare quanto è successo e vive con serenità il doppio approccio di donna di scienza e di figlia della miracolata.
È una cosa più grande di te, ma dentro una famiglia la vivi come una cosa normale. Abbiamo sempre vissuto nella normalità. Per un figlio è importante che la madre ci sia e il fatto che sia miracolata è ancora più grande. È una grande gioia che ti fa capire quanto di buono si può testimoniare a chi ti è vicino.
Non aspettavamo la proclamazione del miracolo per fare chissà che cosa. Per noi, che abbiamo vissuto la sua devastante malattia, era già un miracolo che stava con noi. Punto.
Come medico mi trovo davanti a colleghi che credono e non. Quelli che credono ti ascoltano, gli altri ti guardano come un medico di serie b. Dicono che non sei scientifico e che privilegi la parte spirituale. Ma per mia mamma c’è stato un rigoroso accertamento scientifico durato ventuno anni.
Comunque ho avuto tante sorprese dalla gente e dai miei colleghi medici. Quando chiedono di raccontare la storia di mia mamma lo faccio sempre con molta serenità. Pensi di trovarti davanti a indifferenti e scettici, ma vengono tutti coinvolti ed è uno spunto per trovare nuove riflessioni e per avvicinarsi al mistero di Dio.
Con Danila sono andato insieme anche a Lourdes e camminando, camminando, nel suo giardino o nel Santuario, mi sono introdotto discretamente nelle sue emozioni. Ho scavato nelle sue riflessioni, mi ha aperto il suo mondo.
Ho appreso una storia bella, prima e dopo il miracolo. Difficile pensare che una casalinga normale, che ha sempre fatto una vita di famiglia, possa tirare fuori tante pillole di teologia e di saggezza popolare. Eppure è così...
Volevo andare a Lourdes da ragazza. Vedevo il treno bianco passare e mi attirava, ma ero troppo giovane e non fu possibile. Poi mi sono sposata e sono nati i figli. Lourdes rimaneva un desiderio non realizzato. Per fortuna mi sono ammalata e finalmente sono potuta partire.
Mi aveva colpito un tumore endocrino devastante. Le cellule erano impazzite. Crescevano metastasi ovunque, le cure farmacologiche non erano efficaci, non riuscivano ad aggredire il male.
Ho subìto nove interventi chirurgici. Si toglieva un pezzo di tumore per volta, ma le cellule maligne rinascevano altrove. Mi era anche venuto un edema cerebrale grave. Un calvario che mi aveva portato allo stremo delle forze.
Ero alla vigilia del mio viaggio a Lourdes. Volevo raccomandare la mia anima alla Madonnina. Speranze di vita zero.
Ho chiesto di portarmi alle piscine. Immergermi in acqua fredda con la mia patologia poteva essere addirittura mortale. Ma io mi sono sentita attirare.
Subito dopo il bagno mi sono accorta che ero guarita. Stavo bene.
Penso che già quando si attraversano i cancelli del Santuario ci si senta guariti. Ma io ho avuto un momento storico, un’ora, un giorno, una data. Era giovedì dell’Ascensione, il 4 maggio del 1989.
Alle piscine è stato il momento esatto della mia guarigione. Mi sono immersa malata, sono uscita risanata.
Non ho chiesto la guarigione fisica, volevo solo godere di stare con Dio. La Madonna mi ha aiutato in questa gioia, che mi ha data dentro un corpo, che poi ho verificato risanato completamente.
La cosa più bella non è stata uscire dalle piscine con sensazioni fisiche nuove, ma con una pace interiore immensa.
Non ho sentito la straordinarietà dell’evento. Ho avvertito che la mia vita si ricostituiva. Ho pensato: Dio mi riporta alla normalità. Non è il gioco del mago. Lui aveva aggiustato il mio problema e io mi sentivo aggiustata e pronta a ricominciare.
Sono tornata a casa non come un fenomeno, ma come una donna e una mamma normale, una casalinga attiva che cucina, che gioca con i nipoti, che va a scuola. Ho ritrovato i miei ruoli usuali di mamma e di nonna. In famiglia non abbiamo pensato alla straordinarietà, ma abbiamo apprezzato la ordinarietà di una bella vita che tornava. Che poi si complica come per tutti.
Ero e sono una che si arrabbia, che non capisce, con tutti i difetti di una persona normale, che vorrebbe essere più buona, ma che si scontra inevitabilmente con la sua natura, che il Signore non cambia.
Controlli medici a Pavia, ma soprattutto a Lourdes. Non ho dovuto fare neanche tanti giri. Poi ci sono stati parecchi, tanti anni di silenzio.
Il mio Vescovo mi ha detto: tu non puoi fare niente, aspetta, se ti chiamano obbedisci.
Io ho obbedito per un decennio. Ho fatto questa cura del silenzio, che mi ha fatto molto bene.
Era il tempo in cui, nel silenzio, dovevo maturare e andare a fondo del mio segno. Il miracolo non è che un segno che devo capire prima io per aiutare gli altri.
Un giorno il mio Vescovo mi ha detto: tu condividi con chi vuoi la tua storia. È stata una consolazione avere il Vescovo che ti dice che puoi parlare. È stata una cosa molto positiva che mi ha rasserenato e aiutato.
All’inizio c’era qualche...