Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell'Italia della dolce vita
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Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell'Italia della dolce vita

  1. 256 pagine
  2. Italian
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Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell'Italia della dolce vita

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Negli anni '70 la nascita del movimento gay in Italia ha cambiato tutto: gli omosessuali, consapevoli e "fieri", rivendicano diritti e ottengono un maggiore riconoscimento sociale e politico. Ma com'era prima di allora la vita degli omosessuali italiani? "Quando eravamo froci" racconta gli anni della "dolce vita", la nuova Italia democratica e repubblicana in cui gli omosessuali non avevano ancora voce né identità collettiva, ma erano clandestini e perseguitati a livello sociale e poliziesco. Esistevano, vivevano, si incontravano, si divertivano, soffrivano, in un contesto ristretto dalla rigida morale del potere democristiano e sotto la stretta vigilanza della Chiesa. Prefazione di Natalia Aspesi.

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Informazioni

Anno
2011
ISBN
9788865760895
Categoria
LGBT Studies
SECONDA PARTE
Testimonianze
Maurizio Bellotti
Nasce a Ferrara il 24 dicembre 1936.
Giornalista e funzionario del comune di Milano.
Ha vent’anni nel 1956.
Fino a dodici anni cresce a Merano con la madre separata, poi sceglie di andare a vivere dal padre a Ferrara, dove frequenta il liceo. A diciassette anni fa il suo coming out con il padre. Non ancora ventenne, in vacanza a Parigi, contatta il direttore della rivista omofila Arcadie. Si laurea in Scienze politiche a Padova. Venticinquenne si trasferisce a Milano, che è ancora oggi la sua città. Dal 1958 al 1976 è collaboratore di Arcadie, per la quale cura dall’Italia la rubrica «Nouvelles d’Italie». A Milano per moltissimi anni lavora presso l’assessorato alla Cultura, occupandosi fra l’altro di biblioteche. Collabora con diverse riviste culturali e politiche gay, come Fuori!, Omo e Babilonia. Oggi è in pensione e vive tra Milano e Ponte dell’Olio, in provincia di Piacenza.
Ho intervistato Maurizio nell’agosto 2007 nella sua casa di Ponte dell’Olio, in provincia di Piacenza. Raggiungerlo da La Spezia, la mia città natale, dove ero in vacanza, è stato piacevole: ci separavano solamente un tratto di Appennini con le valli del Vara e del Taro. Ha accolto me e l’amico Giampiero Galeotti, che mi accompagnava, con un gentile invito a pranzo.
Maurizio, cominciamo dall’inizio: dove e quando sei nato?
Sono nato a Ferrara il 24 dicembre 1936, i miei si sono separati che io ero neonato, mia madre si è messa con un uomo che abitava a Merano e di conseguenza ho vissuto lì i miei primi dodici anni. Poi ho ritrovato mio padre e ho voluto andare a vivere con lui a Ferrara, dove ho frequentato il liceo classico. In seguito mi sono laureato a Padova, ho fatto il servizio militare e intorno ai venticinque anni sono andato a lavorare a Milano.
Aspetta, non correre così. Mi interessano i tuoi anni a Ferrara, l’adolescenza, la scoperta dell’erotismo.
I miei primi giochi erotici sono cominciati a Ferrara con un cugino di secondo grado. Noi non avevamo ancora la televisione, mentre la zia, madre di questo ragazzo sì. E la mia matrigna spesso andava da lei, voleva vedere forse Lascia o raddoppia?, lasciandomi libero a casa, dove restavo a studiare molto volentieri. Il cugino, una sera di quelle, venne a casa da me e con qualche scusa cominciò a toccarmi, a menarmi l’uccello. Io avrò avuto quindici o sedici anni, lui ventitré o ventiquattro. È stata la mia prima volta e la cosa mi piacque.
Fino a quel momento avevi mai pensato a un uomo per il sesso?
Una volta, con mia madre, ero stato a vedere uno spettacolo di varietà e a un certo punto arrivarono le ballerine, mezze nude, e anche qualche ballerino. Ricordo di essermi chiesto: «Perché le ballerine si spogliano e i ballerini no?». E speravo che prima o poi si spogliassero anche gli uomini, ma non accadde. Ho un altro ricordo, su una cosa che non è molto nota: quando abitavo a Merano circolavano ancora alcune riviste tedesche di guerra, dell’epoca nazista, con foto di soldati seminudi e in qualche caso completamente nudi, il che per noi era inconcepibile. Guardavo quelle foto con particolare interesse, addirittura avevo sottratto una di quelle riviste e ne avevo ritagliato un nudo maschile. Però non sapevo bene dove metterlo, anche perché mia madre era una ficcanaso della peggior specie, per cui pensai di nasconderlo in un libro. Leggevo molto e ne avevo sempre qualcuno per le mani. Naturalmente un giorno mia madre ha aperto il libro e trovato il ritaglio, ha guardato la foto ma non ha proferito verbo.
Ritornando al periodo di Ferrara continuavo a incontrarmi con questo mio cugino, per parecchie sere lui venne a casa quando ero solo e ripetemmo i nostri giochi erotici, che a me piacevano molto.
Ne parlavate anche, oltre a fare?
Non mi pare proprio. Era un qualcosa che si ripeteva come una specie di consuetudine, lui veniva verso le 20.30, dopo che era iniziata la trasmissione, mi metteva la mano sul cazzo, poi se lo tirava fuori anche lui, e ricordo che aveva un aggeggio piuttosto consistente… ci masturbavamo, ce lo prendevamo in bocca…
Cosa pensavi di questi incontri? Avevi sensi di colpa?
No, assolutamente. Sono sempre stato una persona razionale, avevo l’abitudine sin da piccolo di analizzare le situazioni da vari punti di vista e questo mi ha evitato di reagire in modo emotivo alle situazioni. La cosa è andata avanti per un bel po’, ma una sera la mia matrigna rientrò improvvisamente e ci colse letteralmente in fallo!
Dove eravate?
In cucina, anche perché all’epoca era l’unico ambiente riscaldato. Insomma lei è entrata e noi abbiamo provato a rivestirci in fretta, ma temevamo che si fosse accorta di qualcosa. Invece non si era accorta di niente, ma la cosa mi spaventò, anche perché io la conoscevo da poco tempo, giusto un paio di anni, e all’epoca non avevamo un buon rapporto. D’altra parte conoscevo poco anche mio padre, che durante la guerra era stato soldato, venne poi fatto prigioniero dagli americani che lo portarono in un campo nell’Ohio, dove peraltro fu trattato benissimo, e tornò in Italia a metà del ’47. Io avevo deciso di andare a stare con lui senza che avessimo mai vissuto insieme, perché, a differenza di mia madre e del suo compagno, mio padre era agiato e mi avrebbe permesso di continuare a studiare. La mia paura dopo quell’episodio fu proprio di perdere la possibilità di continuare a studiare. E lo dissi a Umberto, mio cugino: «Smettiamola qui perché io ho troppa paura». Lui accettò. Poi ho scoperto che era fidanzato con una ragazza, infatti si è sposato, ha avuto dei figli e ci siamo persi completamente di vista.
Ci sei rimasto male? Eri un po’ innamorato?
No, non ero innamorato, era solo un fatto di sesso, già allora avevo una passione erotica molto sviluppata. Poco tempo dopo ho cominciato a frequentare il cinema, mi è sempre piaciuto molto; da poco a Ferrara avevano aperto uno dei primissimi cineclub, l’Apollino, e io mi ero iscritto. Un bel giorno è successo che un tizio, uno che a me pareva anziano, mi ha messo la mano sul cazzo e mi ha invitato ad andare al gabinetto… Ricordo che aveva un cazzo lunghissimo e sottilissimo e mi ha voluto inculare. Fu un’esperienza un po’ traumatica… anche perché per me era la prima volta. Non provai nessuna soddisfazione, né dolore, ma comunque nessun divertimento.
Ricordi se in quel cinema anche altri uomini facessero del sesso?
Questo non me lo ricordo.
Ma tu pensavi di essere l’unico? Cosa pensavi dell’omosessualità?
Indubbiamente mi rendevo conto che fosse un comportamento anomalo, sapevo che c’era una condanna sociale…
Come sapevi che c’era una condanna sociale dell’omosessualità?
Ho sempre avuto la mania di leggere. In casa di mio padre viveva un suo lontanissimo parente, fra l’altro un bellissimo ragazzo; una volta mi ha chiamato dal bagno, si era dimenticato di prendere l’asciugamano ed era completamente nudo nella vasca. Ricordo di aver pensato: «Che bello che è!», ma non successe mai nulla. Quell’uomo comprava un sacco di giornali, e tra gli altri Candido e il Borghese, entrambi di destra. Io li trovavo repellenti, ma li leggevo, e spesso c’erano articoli contro gli invertiti, i degenerati. Io non riuscivo a capire bene, mi chiedevo che male potessero fare quelle persone.
Ho continuato ad andare al cinema, ne frequentavo vari, uno era il Diana, che poi è diventato a luci rosse, un altro era il Nuovo, un locale con parecchie gallerie, e qualcuno mi aveva detto che salendo nell’ultima si trovava… E infatti era vero. Ma nella zona delle toilette si poteva trovare in tutti i cinema. Poi c’era un orinatoio vicino alla posta che sembrava fatto apposta come luogo di incontro gay, tutto circondato da alberi, e lì ci sono stato moltissime volte. In un’occasione ho conosciuto un ragazzo che era uno splendore, per la prima volta mi sono letteralmente cotto! Si chiamava Riccardo e abitava con una zia cieca e io andavo spesso a trovarlo. Avevo diciassette anni e lui forse nove più di me, lavorava, faceva il ragioniere. Mi sono attaccato parecchio a lui, è una storia che è durata almeno otto anni…
Come vivevate la vostra storia?
Mio padre aveva un bar in pieno centro a Ferrara che chiudeva alle due di notte, frequentatissimo, enorme e a due piani. Lui faceva il turno del mattino, veniva a casa per dormire e poi faceva un secondo turno dalle venti alle due. Quando si svegliava nel tardo pomeriggio io ero sempre lì che studiavo, ma dopo aver conosciuto Riccardo verso le sei avevo cominciato a uscire per andare da lui. Mio padre, un tipo taciturno e in apparenza assente, un giorno mi chiese se c’era qualcosa che non andasse, notava che ero cambiato, che ero sempre fuori… E mi disse: «Chi è ’sta ragazza?». Io risposi che non era niente di importante, ma dopo un po’ di tempo ritornò sull’argomento e mi invitò a portarla al bar, per offrirle qualcosa da bere e così per conoscerla. Non sapevo come fare. Ero sostanzialmente incapace di raccontare frottole! Pensai di non poter far altro che dirgli che mi piacevano gli uomini, e in caso lui mi avesse cacciato di casa, anche se avevo solo diciassette anni, avrei potuto vivere facendo il barista da qualche parte, avevo ormai imparato il mestiere.
Ma fino a quel momento tuo padre poteva sospettare qualcosa? Eri un ragazzino effeminato che i compagni di scuola prendevano in giro?
Assolutamente no! Insomma, quella sera preparai la mia valigetta e dissi a mio padre che gli volevo parlare. E gli raccontai che quella che lui credeva una ragazza era un uomo. «Ho trovato questo ragazzo, mi piace, ci sto bene insieme… tu pensa quello che vuoi. Capisco che è difficile da accettare e, se non ti va, io domani mattina me ne vado.» Lui mi rispose che certamente non gli faceva piacere ma disse anche che era rimasto per quattro anni in un campo di lavoro in America, dove c’erano solo uomini, e aveva ben visto quello che capita in quelle situazioni. Non disse esplicitamente di aver avuto rapporti sessuali con altri uomini, usò una formula ambigua come «la carne è debole», ma la cosa mi stupì ugualmente. In sostanza mi chiese di evitare ogni possibile chiacchiera a Ferrara, perché se si fosse saputo che Bellotti aveva un figlio finocchio potevano esserci conseguenze economiche negative sul bar. In compenso potevo chiedergli soldi ogni volta che volevo per andarmene a fare le mie cose a Bologna, fuori da sguardi indiscreti… Mi sentii sollevato, anche perché era la prima volta che vedevo mio padre sciogliersi, parlarmi, e provai stima nei suoi confronti. Più tardi mi iscrissi a Scienze politiche a Padova e cominciai a frequentare le lezioni al mattino, mentre al pomeriggio aiutavo un po’ nel bar mio padre che non stava bene e continuavo a vedermi con Riccardo. Poi presi una camera a Padova, spesso mi fermavo a dormire e scoprii un cinema, il Garibaldi, che era una specie di Sodoma e Gomorra, una cosa incredibile. Era un vecchio cinema, pieno di palchi, e ci andavo verso le sei del pomeriggio. Era pieno zeppo di studenti universitari, un po’ di adulti… e c’era un’azione scatenata, una bolgia erotica!
C’era un giro di marchette?
No, all’epoca no. Eravamo intorno al 1955-56, era ancora tutto molto tranquillo. Ricordo che un tipo una volta mi disse: «Se mi pisci in bocca ti do tot lire…». Ma io risposi che non ero affatto interessato, non ci sarei proprio riuscito. Non ricordo nessun altro che mi abbia proposto dei soldi.
In quel cinema «Sodoma e Gomorra» hai fatto qualche amicizia gay?
Alcune amicizie molto superficiali, io andavo lì per sfogarmi… Avevo sempre la mia storia con Riccardo, che nel frattempo si era trasferito a Milano, ogni tanto andavo io a trovarlo, altrimenti il sabato veniva lui a Ferrara. La situazione è continuata così per qualche anno, mi sono laureato e poi ho fatto il militare. Mi hanno mandato a Fano e ricordo che anche lì c’era un cinema con un certo giro. In quel caso conobbi un uomo anziano che mi voleva pagare per fare sesso, ma io rifiutai. La cosa più divertente che ricordo è la storia di un pompino per 500 lire. C’era una signora che avrà avuto almeno sessant’anni in una specie di giardinetto, seduta su uno sgabellino e a malapena coperta da una piccola tettoia. Mi ci portarono i commilitoni… io non ci volevo credere! Eravamo in dodici o quattordic...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Prefazione di Natalia Aspesi
  3. Introduzione
  4. PRIMA PARTE
  5. SECONDA PARTE. Testimonianze
  6. Ringraziamenti
  7. Note
  8. Fonti iconografiche
  9. Immagini