Il volume costituisce uno strumento prezioso per tutti coloro che intendono far fronte alle emergenze e sfide attuali realizzando buone pratiche per il benessere delle persone, delle famiglie e dei bambini, dei gruppi, delle aggregazioni sociali nelle comunità di appartenenza. Buone pratiche, che siano tali non solo perché efficaci dal punto di vista metodologico, ma anche perché possono promuovere e incrementare il capitale sociale dei soggetti in gioco, inteso come relazioni di fiducia, cooperazione e reciprocità, alimentate dalla speranza di un cambiamento possibile.
Il volume intende offrire ad operatori, docenti, studenti e volontari un contributo in grado di dare un fondamento ad azioni che si connotino culturalmente come virtuose e di indicare delle prospettive operative. Esso rappresenta un originale confronto interdisciplinare tra filosofia, antropologia, pedagogia e servizio sociale teso a qualificare la dimensione deontologica e di conseguenza l’assetto operativo del professionista.
Daniela Piscitelli, assistente sociale specialista e sociologa, già docente a contratto di Metodi del Servizio sociale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Giuseppe Trevisi, assistente sociale specialista e pedagogista, docente a contratto di Pedagogia Sperimentale presso l’Università degli Studi di Milano.

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Le virtù in azione
Prospettive per il lavoro sociale ed educativo
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Le virtù in azione
Prospettive per il lavoro sociale ed educativo
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Education Theory & Practice1. Il valore dell’azione
Da sempre le professioni di
aiuto fondano la loro azione nel far fronte a bisogni personali,
familiari e sociali attingendo non solo ad un solido patrimonio di
conoscenze teoriche e metodologiche, ma anche a valori e principi
consolidati in anni di pratica. Ogni operatore, infatti,
intraprende la professione a partire da una spinta ideale forte,
che, messa alla prova dalle recenti trasformazioni sociali, dalla
continua riduzione delle risorse materiali, da una crescente
fragilità delle persone, rischia di perdere la sua carica
propulsiva. Le emergenze e le sfide dell’attuale momento storico,
la maggiore complessità e frantumazione del contesto sociale, le
crescenti richieste d’aiuto ai servizi sociali, le maggiori
difficoltà a creare relazioni fiduciarie realmente soddisfacenti
per entrambi i soggetti coinvolti (operatore-utente) pongono
quotidianamente numerosi interrogativi, soprattutto a chi agisce in
prima linea in una comunità che manifesta la sua
vulnerabilità.
Tutto ciò sollecita i professionisti a riflettere ancora di più
sulla propria posizione antropologica ed evidenzia la necessità di
avere sempre più chiaro il senso del proprio agire professionale,
che non può essere ridotto all’esclusiva erogazione di beni e
servizi materiali e assistenziali o all’assolvimento di procedure.
Non a caso, infatti, parliamo di “agire” anziché di “fare”. Il
fare, quello che gli americani chiamerebbero
to make, è in funzione di un oggetto, è il produrre, il
mettere in atto delle operazioni, delle procedure per ottenere un
risultato che sia misurabile, quantificabile, mentre l’agire è un
operare, un muoversi in funzione ed in virtù di un significato.
Agere vuol dire portare dentro di sé, in quel che si fa,
il significato stesso per cui lo si fa. Ciascuno di noi si muove
solo per un valore, per qualcosa che ritiene significativo e questo
valore viene identificato con il fine della nostra azione. Il fine
identifica perché facciamo una cosa e identifica la direzione verso
cui ci muoviamo, identifica quel punto di attrattiva – la finalità
appunto dell’agire – che ci fa muovere in una direzione piuttosto
che in un’altra.
Per questo prima ancora del risultato da conseguire è importante
capire qual è il fine, perché nessuna nostra azione è
esclusivamente tecnica. Essa è posta in campo da un soggetto –
l’operatore – che ha scelto una certa prassi, un certo valore,
certi strumenti, certi contenuti come prioritari per il suo agire.
Inoltre, nessuna azione è neutra rispetto allo scopo, perché
nell’agire l’uomo tenta di realizzare l’interesse ultimo che lo
muove. Noi cioè ci muoviamo sempre per qualcosa che ci interessa
più di qualcosa d’altro, ma l’interesse non è puramente banale,
l’interesse è quel qualcosa che sta dentro la nostra esperienza, la
nostra vita e che ci muove a fare tutto.
L’interesse ultimo del nostro agire, cioè
ciò che ci sta a cuore è quello che ci descrive come
“persone in azione” ed introduce una dimensione etica nel lavoro
professionale:
perché faccio così piuttosto che in un altro modo? Perché
scelgo questa procedura invece dell’altra? Cosa mi sta a cuore
nell’agire così?
2. La rilevanza dell’etica nell’agire professionale
Con queste domande la
dimensione etica entra prepotentemente nella nostra azione
quotidiana e si configura come un aspetto totalmente diverso dalla
pura correttezza deontologica.
Che cosa mi sta a cuore nell’agire così?. Noi ci muoviamo
non solo perché dobbiamo fare delle cose, ma per un interesse
ultimo, che nel campo etico si identifica con il
bene che noi consideriamo tale. Noi ci muoviamo sempre per
quello che riteniamo essere il bene supremo in un certo contesto,
in una certa situazione, in una certa azione.
Ogni azione umana e, quindi, anche professionale, esprime
l’interesse umano che la muove e implica un’idea di
bene che la giustifica. Per questo la questione etica si
pone ogni qual volta si pone la domanda sul perché o sul come si
deve agire. Essa non è una questione per moralisti o filosofi o
addetti ai lavori, è la questione di decidere quando la mattina ci
alziamo, quando ci mettiamo a lavorare, qual è la dimora in cui
vogliamo stare. Secondo Cottini
[1]
, infatti, il termine “etica”, dal greco
ethos, non indica soltanto l’atteggiamento o il
comportamento o le regole che seguiamo nel nostro agire, ma ha un
significato particolarmente bello che potremmo tradurre con il
termine
dimora: “con il mio agire quale dimora voglio costruire
per me e per altri?”. Qual è il contesto, la rete di relazioni, lo
stile di vita che desidero costruire? Che possibilità scelgo tra
tutte quelle che ho a disposizione?
Queste domande chiamano inevitabilmente in causa la concezione
antropologica su cui si fonda l’agire professionale e sociale:
costruire una dimora, ma “per quale uomo? Per quale comunità? Per
quale società?
”. Noi possiamo, infatti, prendere in considerazione
l’uomo creato, l’essere in relazione e perciò persona oppure l’uomo
prodotto dalla storia, cioè l’individuo, possiamo considerare la
persona umana individualmente presa oppure come parte integrante ed
imprescindibile di una comunità, da cui l’impossibilità di separare
il bene personale dal bene comune.
Per questi motivi l’etica non è identificabile con la semplice
procedura attuativa delle regole, non è solamente la scelta di far
bene la propria professione scegliendo delle procedure attuative
che siano consolidate e ben realizzate, non è solo questione di
norme deontologiche. L’etica è una domanda sulla vita buona, di che
cos’è il bene, di che cos’è la vita buona non solo per me, ma per
le persone che incontro, per tutte le relazioni in cui mi trovo
immerso, per il contesto in cui lavoro e vivo.
Gli operatori nell’esercizio dell’attività lavorativa sono
quindi portatori di
valori personali, che hanno una ricaduta significativa in
ciò che essi fanno in termini professionali e si confrontano con
valori comuni e
comuni principi ispiratori del lavoro sociale
[2]
, riconosciuti dal gruppo professionale di riferimento come più
pertinenti al proprio specifico tanto da costituire un
patrimonio ideale trasmissibile sia attraverso
l’esperienza sia attraverso Codici formalmente riconosciuti.
Di conseguenza, la deontologia professionale, dal greco
deontos genitivo di
deon trad.
dovere, è costituita da “quell’insieme di regole
codificate che traducono contenuti etici generali e condivisi”
. Queste regole non possono considerarsi definite una
volta per tutte, ma sono storicamente determinate e variano in
relazione alle diverse categorie professionali di cui sono
espressione e da Paese a Paese, in quanto il mandato
giuridico-deontologico è subordinato alle norme vigenti in ciascun
Paese. Pertanto, la deontologia racchiude in sé un “insieme di
principi e regole di condotta, condivise temporalmente e
territorialmente”
, che caratterizzano l’attività di un gruppo di
professionisti che a un Ordine e a quelle regole, fa riferimento
[3]
.
Un Codice deontologico, di conseguenza, non crea di per sé
l’agire professionale, bensì lo orienta e lo sostiene. Esso è
importante per molte ragioni, in quanto rende pubbliche e manifeste
le norme interne di una professione, forma e stimola la coscienza
deontologica, orienta le scelte di comportamento nei diversi
livelli di responsabilità in cui opera il professionista, favorisce
l’unità professionale e ne incrementa l’autonomia, protegge gli
utenti e, infine, protegge la professionalità, in quanto offre le
basi non solo per le sanzioni, ma anche per l’autodifesa.
La deontologia quindi ha un carattere strumentale e orientativo,
che rimanda sempre alla scelta del professionista e alla sua
capacità di comprendere, valutare e agire l’indicazione generale
verso il bene alla situazione specifica e concreta in cui si trova
ad operare. Per questo riteniamo che l’agire professionale non
afferisca tanto alla dimensione del
saper fare quanto a quella del
saper agire, che implica la coscienza dello scopo, cioè
aver chiaro il fine dell’agire ed il valore per cui si agisce.
[1]
A. Cafaro-G. Cottini,
Etica medica. Lineamenti di deontologia professionale,
Edizioni Ares, Milano 1991.
[2]
Tra i principi di lavoro sociale segnaliamo,
ad esempio, il principio della dignità personale di ogni essere
umano, il principio della libertà della persona, il principio
dell’uguaglianza sociale, il principio della solidarietà sociale,
il principio della partecipazione personale, sociale e politica, il
principio dell’autonomia sociale della comunità. Cfr. F. Villa,
Dimensioni del Servizio sociale, Vita e Pensiero, Milano
1992, pp. 61-106.
[3]
Ne è un esempio in Italia il Codice
deontologico dell’Assistente sociale, approvato il 17 luglio 2009
con una versione modificata il 17 dicembre 2016 ma rimasta in
vigore fino a 20 maggio 2020, data in cui il Consiglio Nazionale
dell’Ordine Assistenti sociali ne ha approvato una nuova versione.
3. Un percorso condiviso all’origine di questo libro
Una coscienza dello scopo che non è data una volta per tutte, ma di cui dobbiamo “aver cura” lungo tutta l’attività professionale attraverso una riflessività sia personale sia condivisa con altri operatori.
All’origine di questo libro c’è proprio un gruppo di operatori che per anni si è confrontato sui contenuti dell’esperienza professionale e che ad un certo punto ha deciso di rischiare, di scendere in campo dotandosi di uno strumento, che permettesse di proporre un luogo nell’ambito del quale incontrare persone e professionisti, valorizzare le esperienze, condividere bisogni e risorse ed interloquire con le istituzioni, in particolare con l’Ordine professionale degli Assistenti sociali. Ci riferiamo all’associazione METE noprofit costituita nel 2001, che ha visto questo gruppo di operatori diventare una comunità professionale attiva e partecipe nell’impegno sempre volto sia allo sviluppo e al consolidamento della dimensione scientifica e metodologica del lavoro sociale sia al rafforzamento della dimensione etica e deontologica dello stesso.
Su quest’ultimo versante, a partire dal 2011, METE noprofit in convenzione con il CROAS della Lombardia promuove annualmente iniziative formative sul tema della deontologia professionale denominate «L’ideale alla prova» affrontando di volta in volta contenuti specifici. L’esigenza ha preso spunto e si alimenta continuamente attraverso le riflessioni condotte tra i soci assistenti sociali dell’Associazione e gli incontri con colleghe e colleghi, particolarmente durante e a seguito dello svolgimento delle iniziative stesse.
La prima iniziativa proposta agli operatori per offrire un contributo alla costruzione di un assetto qualificato di deontologia professionale è stato il percorso «La dimensione etica nel lavoro dell’assistente sociale. Prospettive deontologiche», svolto nel 2011 in 3 edizioni, che ha evidenziato nel Servizio Sociale la necessità di un riavvicinamento ai temi dell’etica professionale per dare una risposta alle domande di senso che nascono dal lavoro sul campo. Riconoscere e comunicare nella relazione umana, l’etica alla prova della realtà e della professione, i tratti distintivi dell’assistente sociale soggetto di pratiche virtuose sono stati i temi su cui più di cento operatori si sono confrontati ponendo domande e raccontando la propria esperienza.
A tale iniziativa è seguito nel 2012 il percorso «L’ideale alla prova. Itinerari di deontologia per l’assistente sociale»con l’intento di proporre uno spazio di riflessione e confronto reciproco per facilitare, attraverso un lavoro comune, la messa a fuoco di quegli elementi in grado di potenziare il capitale umano e professionale dell’operatore, valorizzando al meglio gli strumenti posseduti. Per questo sono stati realizzati due seminari: uno su «Alla scoperta del fattore umano: cosa fa la differenza», l’altro su «Il Codice deontologico come strumento–risorsa nell’assunzione di responsabilità». Riscoprire e rivalutare la dimensione umana che talvolta rischia di essere trascurata, aver più chiaro quali risorse – in quanto ambiti e strumenti – possono rafforzarla e come il Codice deontologico può sostenere l’azione dell’operatore sono elementi importanti per poter costruire un autentico legame fiduciario con la persona in difficoltà, condizione indispensabile per realizzare un processo di aiuto o di cura condiviso [1] .
A partire dal Codice deontologico l’anno successivo è stata affrontata la sfida del rapporto tra «Persona ed organizzazione. Itinerari di responsabilità» su sollecitazione dei corsisti delle precedenti iniziative. L’assistente sociale vive acutamente il senso di responsabilità nei confronti sia dell’utente sia dell’organizzazione. Il corso si è proposto di aiutare l’operatore, da una parte, a vivere più serenamente l’assunzione di responsabilità, propria del ruolo, dall’altra ad implementare la capacità di individuare spazi e dinamismi per l’esercizio di una reale responsabilità, nel reciproco interesse.
Tante sono state le domande poste dagli operatori che nel 2014 con il percorso «Responsabilità, persona ed organizzazione: impariamo dall’esperienza» il lavoro si è concentrato ancora sul Titolo VI del Codice deontologico «Responsabilità dell’assistente sociale nei confronti dell’organizzazione di lavoro». Sono stati presi in considerazio...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Le virtù in azione
- Indice dei contenuti
- CAPITOLO I
- 1. Il valore dell’azione
- 2. La rilevanza dell’etica nell’agire professionale
- 3. Un percorso condiviso all’origine di questo libro
- 4. Il contenuto del testo
- 5. Aiutarsi a realizzare relazioni virtuose
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO II
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO III
- 1. Natura e significato della virtù: la lezione aristotelica
- 2. Liste di virtù: tra tradizione e ripresa
- 3. Dalle virtù alle competenze: il caso della psicologia positiva
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO IV
- 1. Problemi e antinomie delle società occidentali*
- 2. L’insufficienza delle regole e la necessità delle virtù
- 3. L’eccesso di norme e di controlli produce l’aumento delle trasgressioni
- 4. Le virtù come fondamento del tessuto sociale
- 5. Le virtù civili
- 6. Le norme del Codice deontologico dell’assistente sociale non bastano
- 7. Le virtù dell’assistente sociale che hanno un rilievo direttamente civile
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO V
- 1. Il paradigma della sfiducia
- 2. La cultura individualista
- 3. La fiducia e il riconoscimento
- 4. Il rischio della libertà
- 5. Il prendersi cura e l’etica della compassione
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO VI
- 1. La necessità della cura
- 2. La cura che fa fiorire l’esserci
- 3. Fare esperienza del bene
- 4. Alla ricerca delle cose di valore
- 5. Educare alle virtù
- 6. Insegnare e apprendere le virtù
- 7. Cura, virtù, educazione
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO VII
- 1. Un fondamento etico per la speranza
- 2. La speranza e le speranze
- 3. La speranza nell’accompagnamento sociale ed educativo
- 4. La speranza all’opera
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO VIII
- 1. Quale bene per l’essere umano?
- 2. Sguardo pedagogico e promozione integrale della persona
- 3. Relazione educativa di aiuto
- 4. Per una nuova paideia
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO IX
- 1. I contesti di prossimità
- 2. Nuovi cortili e parentela sociale
- 3. Tessere “legami liberi”
- 4. Le opportunità offerte dalla crisi
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO X
- 1. Il progetto “Comunità possibile” nel territorio del Magentino
- 2. La fiducia all’opera: esempi significativi
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO XI
- 1. Implementare fiducia e amicizia nel sociale
- 2. Lo sviluppo di legami sociali “affidabili”
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO XII
- 1. Lavoro sociale nell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza, fra sobrietà e fermezza nell’azione professionale
- 2. Reinventare la quotidianità professionale attraverso le virtù
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO XIII
- 1. Il legame indissolubile tra etica e deontologia
- 2. La concezione antropologica insita nel Codice deontologico
- 3. Il Codice deontologico tra responsabilità e virtù
- 4. Le virtù professionali. Uno sguardo più attento
- 5. La giustizia, una virtù poliforme
- Riferimenti bibliografici
- CAPITOLO XIV
- 1. Un “dover essere” per educare?
- 2. Oltre un’etica orizzontale e individuale: per una promozione integrale della persona
- 3. I valori dell’Educazione
- 4. La vita come promessa. Per un’etica delle professioni pedagogiche
- 5. Considerazioni conclusive
- Riferimenti Bibliografici
- Indice dei nomi
- Gli autori
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