Non parlare, baciami
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Non parlare, baciami

La Filosofia e l'Amore

  1. 154 pagine
  2. Italian
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Non parlare, baciami

La Filosofia e l'Amore

Informazioni su questo libro

Che cosa vuol dire veramente "amare"? È dedizione, crescita, esplorazione, conoscenza, passione, condivisione? L'amore è quel sentimento che più di tutti ci aiuta a capire il significato del tempo, e non perché duri per sempre - forse solo l'amore per un figlio si può considerare "eterno" - ma semplicemente perché ci consente di avere una diversa percezione della durata della nostra vita. Se mettiamo a confronto una giornata trascorsa in solitudine con una in compagnia della persona amata, nel primo caso avremo la sensazione che le ore scorrano più lentamente; ci sembrerà che il tempo a nostra disposizione sia infinito, ma probabilmente saremmo un po' tristi perché non abbiamo qualcuno con cui condividerlo. Nel secondo caso, il tempo sembrerà volare. Come ho scritto tempo fa, da sempre gli uomini studiano come allungare la vita, mentre bisognerebbe allargarla. In fondo, il tempo non è altro che un'emozione, e l'amore ci aiuta a rendere i suoi attimi più larghi.

Luciano De Crescenzo

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804663546
eBook ISBN
9788852074950
1

L’amore nel mito

In principio era il mito. Che è un po’ come dire “In principio era il verbo”, dove per “verbo” non intendo il Cristo, come fa l’evangelista Giovanni, ma il logos, nel senso di “parola”. Sì, perché mythos in greco significa “racconto”, e i miti sono la prima forma di narrazione di cui l’uomo abbia memoria.
Quando mi sono avvicinato alla mitologia avevo appena quattro anni. Mio padre mi aveva regalato La leggenda aurea degli Dei e degli Eroi, edito da UTET, il primo libro di cui mi sono innamorato e che conservo ancora. Purtroppo all’epoca non sapevo leggere, ma non riuscivo a smettere di sfogliare quelle pagine.
A incuriosirmi erano le figure che accompagnavano i singoli racconti: non vedevo l’ora che qualcuno me li leggesse per scoprire cosa rappresentavano quelle immagini che in alcuni casi riuscivano a essere persino inquietanti.
I miti hanno sempre raccontato il legame dell’uomo con il divino, cioè quel “sistema compatto di credenze e di pratiche relative a delle cose sacre”, come lo definisce il sociologo francese Émile Durkheim, perché è nell’esperienza religiosa che l’individuo prova a cercare le risposte a interrogativi che spesso lasciano più di qualche dubbio. Uno su tutti: esiste qualcosa dopo la morte? Sulla questione ho già scritto in passato, e piuttosto che credente o non io mi dichiaro sperante, non fosse altro perché mi farebbe piacere rincontrare i miei genitori.
I miti di oggi non sono poi così diversi da quelli antichi, perché, come allora, i più interessanti ruotano intorno a storie d’amore e di corna. Certo, in Grecia, i miti narravano le gesta di dèi, di eroi, e storie e fenomeni per i quali gli uomini non riuscivano a trovare una spiegazione razionale. Insomma, il mito era una necessità dell’uomo, lo aiutava a interpretare i misteri dell’universo. Le “gesta” dei miti di oggi, invece, se così si possono definire, servono perlopiù a riempire le pagine dei settimanali patinati.
Ora, su Amore circolano diverse storie.
Iniziamo con il dire che i Romani lo chiamavano Cupido, mentre per i Greci era Eros. Non si è mai capito bene di chi fosse figlio: per alcuni era nato dall’unione di Afrodite ed Ermes, per altri il padre era Ares, figlio di Zeus ed Era, secondo altri ancora, a generarlo era stato il Caos.
Nel Simposio platonico Socrate, nel celebre mito di Diotima, racconta che il dio Amore nacque dall’incontro di Penìa, dea della Povertà, con Poros, dio dell’Espediente, ovvero dell’Arte di arrangiarsi. D’altra parte, aggiunge il filosofo, con chi poteva accoppiarsi la Povertà se non con l’Espediente, ovvero col più furbo di tutti gli dèi? E, a dimostrazione della sua tesi, ci regala un ritratto quanto mai singolare del pargoletto (203d):
Amore non è né bello, né delicato, come credono in molti, bensì duro, incolto, scalzo, e senza fissa dimora. Vive sdraiato per terra e dorme per strada, davanti alle porte, senza una coperta che lo copra. Possedendo la natura della madre, convive ogni giorno con l’indigenza. Nel medesimo tempo, però, grazie all’indole ricevuta dal padre, eccolo tendere insidie a coloro che sono belli e nobili. È coraggioso, audace, veemente, terribile predatore, sempre intento a escogitare nuove trappole, desideroso d’intendere e di volere, ricco di risorse, amante della sapienza, terribile mago, incantatore sofista.
Come dico sempre, Amore è uno scugnizzo napoletano.
Molti, invece, lo immaginavano come un ragazzino di circa cinque anni, dai riccioli ribelli e completamente nudo.
Tra le tante descrizioni del dio, la mia preferita è quella fatta da un poeta siciliano vissuto nel II secolo a.C., un certo Mosco, che immagina un Eros fuggiasco, e sua madre Cipride, ovvero Afrodite, intenta a cercarlo a gran voce:
Se qualcuno ha visto Eros aggirarsi per le strade
– mi è sfuggito – lo denunci, e avrà una ricompensa.
Un bacio di Cipride, ecco il premio; se poi, amico, riesci a riportarlo,
avrai non solo il bacio, ma qualcosa in più.
Lo riconosci anche fra mille: non ti sbagli.
Non è bianco, ma color di fiamma; occhi che pungono,
occhi che incendiano; mente cattiva, ciarla dolcissima:
dice una cosa e un’altra ne pensa – voce di miele,
cuore di fiele; selvaggio, ipocrita,
sempre bugiardo, bimbo perverso dai crudeli giochi.
Riccioli belli, sguardo sfacciato;
manine tenere, ma che picchian sodo:
persino all’Acheronte arrivano, e alla reggia di Ade.
Nudo il corpo, coperto il pensiero.
È alato – l’uccellino: vola da questo a quello,
da un uomo, da una donna, e si posa sul suo cuore.
Ha un arco piccolino e tira una freccina
grande come un giocattolo: eppure arriva al cielo.
Ha una faretra d’oro piccolina, tutta piena
di quelle frecce amare: e quante volte anche me ha ferito!
Fanno male; ma fa più male la sua torcia:
la fiamma è piccolina, ma incendia il Sole stesso!
Se lo catturi, legalo forte, non aver pietà.
E se poi piange, attento! – fa la scena!
Se invece ride, tu dagli uno strattone. Se vuol baciarti,
scappa: il suo bacio è un veleno che ti uccide!
Se dice: “Prendi, ti dono le mie armi!”,
tu non toccarle: sono temprate dentro il fuoco.
Lo avreste mai detto?
Io, un bambino riccioluto lo immagino tenero, sorridente, affettuoso. Invece no, Amore nascondeva un lato oscuro, come fa notare la sua stessa madre.
Eros, in realtà, era un bambino dispettoso. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, era anche vendicativo, a tratti perfido.
Aveva in dotazione delle frecce che non lasciavano scampo. Persino gli dèi non ne erano immuni. Chiunque fosse colpito da una sua freccia d’oro si innamorava della prima persona di cui incrociava lo sguardo.
Il problema vero, però, erano le frecce di piombo, che non facevano scoccare l’amore ma provocavano repulsione. Anche il povero Apollo ne rimase vittima.
Un giorno, infatti, ebbe la malaugurata idea di prendere in giro Eros; il bimbo riccioluto, che era anche permaloso, non accettò la beffa e colpì il dio del Sole con una freccia d’oro che lo spinse a innamorarsi di Dafne, una ninfa delle fonti, dei fiumi e dei laghi, che nel frattempo era stata colpita dal dio con un dardo di piombo. Non vi dico che tragedia. La povera Dafne era talmente disgustata dall’amore di Apollo che chiese a suo padre, il dio del fiume Penèo, di trasformarla in una pianta così da non essere più desiderabile.
Ora, se dovessi provare a ricordare la prima volta in cui fui colpito anch’io da una freccia di Cupido, devo tornare un po’ indietro nel tempo.
Era il 13 marzo 1940. Quel giorno venni colto da un raptus, ovvero da una specie di stordimento.
Vacillai, e Mariapia mi chiese: «Ma ti senti bene?».
«Sì, ma tu perché me lo chiedi?»
«Perché sei diventato tutto rosso.»
Ebbene, lì per lì non capii che cosa mi fosse successo, ma quando dopo alcuni giorni la incontrai di nuovo venni preso da un altro piccolo “stordimento”.
A quel punto mi resi conto che qualcosa dentro di me doveva essere accaduto e che forse mi ero innamorato.
Non potrei giurarlo, ma sono quasi del tutto convinto che Mariapia, la brunetta della prima A, sia stata la prima donna in assoluto a farmi provare quel sentimento che tutti noi chiamiamo amore.
Intendiamoci, non voglio dire che fino a quel momento non avessi mai amato nessuno. Ma il tipo di sentimento a cui mi riferisco io è l’amore passionale, quello recitato dai poeti, raccontato nelle pagine dei romanzi, raffigurato dai più grandi artisti che non hanno saputo resistere all’impulso di regalare al mondo una personale interpretazione del concetto di amore.
Detto questo, non so se l’amore e l’odio siano dei sentimenti per così dire spontanei, naturali, o se intervengano delle forze a noi sconosciute che ci spingono verso un’altra persona, anche se questa non vuole assolutamente saperne di noi.
Io non lo so, e non lo sapeva nemmeno il poeta latino Catullo, che nel suo carme più famoso scrive:
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Ti odio e ti amo. Per quale motivo sia possibile non riesco nemmeno a immaginarlo; ma sento che accade, e mi tormento.

#luoghidellamore

Chi è alla ricerca dell’amore deve frequentare dei luoghi in cui si possano incontrare belle donne. Per Ovidio la città che più di tutte offre belle ragazze è sicuramente Roma, che all’epoca rappresentava il cuore della “dolce vita” dell’impero.
Ai miei tempi i corteggiamenti si consumavano durante i balletti organizzati in casa, sostituiti oggi dalle feste in discoteca; ai tempi di Ovidio, invece, si andava a teatro, un luogo, come sostiene lo stesso poeta, “pieno di rischi per la castità e il pudore”.
Ovviamente, c’erano anche altri luoghi deputati al corteggiamento, come i Fori imperiali o il Circo Massimo, in occasione delle corse dei cavalli.
La scelta non era sicuramente lasciata al caso: i luoghi affollati, secondo lui, erano i più adatti, perché i due innamorati potevano scambiarsi sguardi d’intesa senza dare nell’occhio. Oppure, il corteggiatore poteva sedersi accanto alla sua preda e avere l’opportunità di sfiorarla, per così dire, casualmente, o addirittura di rivolgerle la parola. Se ben ricordo, quarant’anni fa, costretto per motivi di lavoro a trasferirmi a Roma ed essendo ancora sensibile agli sguardi d’intesa, fu proprio grazie a Ovidio che decisi di vivere nella zona dei Fori.
Un’altra interessante occasione di corteggiamento, poi, era offerta dai banchetti, perché “il vino predispone l’animo all’amore e lo rende più v...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Non parlare, baciami
  4. Introduzione
  5. 1. L’amore nel mito
  6. 2. L’amore nel mito
  7. 3. L’amore universale e il peccato originale
  8. 4. L’amore per se stessi
  9. 5. L’amore e l’attesa
  10. 6. Amore e Psiche
  11. 7. Il dolore dell’amore
  12. 8. Amore e matrimonio
  13. 9. L’amore incondizionato
  14. 10. L’avanguardia dell’amore
  15. Epilogo
  16. Bibliografia essenziale
  17. Copyright

Domande frequenti

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