A fine Ottocento, la località turistica di Roaring Fork, nel Colorado, fu sconvolta dalla morte di un gruppo di minatori, divorati da un grizzly. Per lo meno, questo è quanto riporta Sir Arthur Conan Doyle in un suo diario. Ma Corrie Swanson, aspirante detective e protetta dell'agente dell'Fbi Aloysius Pendergast, ben presto si rende conto che quei cadaveri, riportati alla luce dagli scavi per un nuovo progetto edilizio, nascondono un'altra verità. Quando Pendergast giunge in aiuto di Corrie la cittadina è preda di una serie di attacchi incendiari alle ville dei multimilionari: toccherà a lui scoprire il segreto che lega l'oscuro passato di Roaring Fork alla letteratura di Sherlock Holmes, cercando di non cadere vittima del misterioso e folle piromane.

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Letteratura poliziesca e gialli1
Oggi
Corrie Swanson entrò nella toilette delle donne per guardarsi allo specchio una terza volta. Era molto cambiata da quando aveva iniziato il suo secondo anno al John Jay College of Criminal Justice. Quel posto era un covo di tradizionalisti. Dopo le iniziali resistenze, alla fine aveva capito: doveva crescere e accettare di seguire le regole, abbandonando il ruolo della ribelle. Aveva fatto sparire i capelli viola, i piercing, la giacca di pelle nera, l’ombretto scuro e altri dettagli dark. Eliminare il tatuaggio raffigurante il nastro di Möbius che aveva sulla nuca non sarebbe stato altrettanto semplice ma, fino a quel momento, aveva risolto il problema lasciando i capelli sciolti e indossando colletti alti. Tuttavia, lo sapeva, un giorno avrebbe dovuto liberarsi anche di quello.
Se proprio doveva attenersi alle regole, sarebbe andata fino in fondo.
Purtroppo, la trasformazione era avvenuta troppo tardi secondo il suo tutor, un ex poliziotto del NYPD che era tornato al college nel ruolo di professore. Aveva l’impressione che fin dall’inizio l’uomo l’avesse etichettata come una specie di teppista, e nell’anno che era trascorso dal loro primo incontro, per quanto si fosse impegnata, non era riuscita a fargli cambiare idea. Era chiaro che non la sopportava. Aveva già rifiutato il primo progetto di ricerca che Corrie gli aveva sottoposto per concorrere all’ambito premio Rosewell: il lavoro prevedeva un viaggio in Cile per un’analisi di traumi perimortem su resti umani scoperti in una fossa comune – contadini comunisti assassinati dal regime di Pinochet negli anni Settanta. Troppo lontano, aveva sentenziato il docente, e troppo dispendioso per un progetto di quel tipo, senza contare che si trattava di una storia vecchia.
Quando Corrie aveva obiettato che era proprio quello il punto – esaminare tombe antiche avrebbe richiesto tutte le tecniche specialistiche della polizia Scientifica –, lui aveva ribattuto che era meglio non immischiarsi in controversie politiche straniere, in particolare se c’erano di mezzo i comunisti.
Ora Corrie aveva in mente un’altra idea per la ricerca, ancora migliore della precedente, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per realizzarla.
Di fronte allo specchio, sistemò alcune ciocche di capelli, ritoccò il rossetto, lisciò la giacca del completo di lana pettinata e si incipriò il naso. Stentava a riconoscersi: sarebbe potuta passare per una giovane repubblicana. Tanto meglio.
Uscì dal bagno e percorse il corridoio a grandi passi: i tacchi delle scarpe da bigotta che battevano ritmicamente sul linoleum le conferivano un incedere professionale. La porta dell’ufficio del suo tutor era chiusa come al solito. Bussò e fu invitata a entrare.
Come sempre, la stanza era pulita e ordinata: i libri e le riviste erano allineati alla perfezione sugli scaffali, mentre i mobili con i dettagli in pelle creavano un’atmosfera accogliente. Il professor Greg Carbone sedeva alla scrivania: l’ampia superficie di mogano lucido era del tutto sgombra da carte, foto di famiglia o soprammobili.
«Buongiorno, Corrie» la salutò Carbone, alzandosi e abbottonando il completo blu di lana leggera. «Prego, accomodati.»
«Grazie, professore» rispose lei sedendosi. Corrie sapeva che gli piaceva essere chiamato così. Guai agli studenti che si fossero rivolti a lui usando la parola «signore» o, peggio, «Greg».
Anche lui tornò a sedersi. Era un uomo molto attraente, con i capelli spruzzati di grigio, i denti perfetti, il fisico asciutto. Si vestiva con eleganza, era deciso, affabile, intelligente e capace. Qualsiasi cosa facesse, la faceva bene: in sintesi, era uno stronzo di talento.
«Allora, Corrie» cominciò Carbone, «ti trovo bene.»
«Grazie, professore.»
«Sono curioso di sentire la tua nuova idea.»
«Ecco.» Corrie aprì la valigetta (niente zaini al John Jay) e prese una cartellina, che appoggiò sulle ginocchia. «Sono certa che abbia sentito parlare delle indagini archeologiche in corso a City Hall Park, nelle vicinanze della vecchia prigione nota come la Tomba.»
«Va’ avanti.»
«Per realizzare un nuovo ingresso della metropolitana, sono stati effettuati alcuni scavi in un piccolo cimitero di criminali giustiziati.»
«Ah, sì, l’ho letto» rispose Carbone.
«Il cimitero rimase aperto dal 1858 al 1865. Dopo quella data, tutte le sepolture furono spostate a Hart Island e ancora oggi non è possibile accedervi.»
Carbone annuì. Sembrava interessato, così Corrie prese coraggio.
«Penso che sarebbe un’ottima opportunità per eseguire uno studio degli scheletri: la malnutrizione infantile, che come ben sa provoca danni osteologici, potrebbe essere collegata a un comportamento criminale da adulti.»
Il professore annuì di nuovo.
«Qui ho delineato i punti fondamentali che vorrei trattare.» Corrie posò il progetto sul tavolo. «Ipotesi, metodologia, gruppi di controllo, osservazioni e analisi.»
Carbone prese la cartellina, la aprì e cominciò a leggere.
«Si tratta di una grande opportunità, per tutta una serie di ragioni» proseguì Corrie. «Primo: esiste un’accurata documentazione sulla maggior parte dei criminali giustiziati in città, che comprende nomi, fedina penale e atti giudiziari. Sui cinque o sei orfani cresciuti nella Five Points House of Industry ci sono ulteriori dossier. L’esecuzione, e dunque anche la causa della morte, è stata identica in tutti i casi: impiccagione. E il cimitero è rimasto aperto soltanto per sette anni, perciò tutti i resti risalgono più o meno allo stesso periodo.»
Tacque. Carbone voltava lentamente le pagine. Sembrava stesse leggendo davvero, ma aveva un’espressione indecifrabile.
«Ho fatto alcune indagini: le autorità sembrano disponibili a permettere a uno studente del John Jay di esaminare i resti.»
La lenta lettura si interruppe. «Li hai già contattati?»
«Sì. Solo per sondare il terreno…»
«Per sondare il terreno! Ti sei rivolta a un’altra autorità cittadina senza il mio permesso?»
Oh-oh. «Non volevo sottoporle un progetto che in seguito avrebbe potuto essere ostacolato per motivi burocratici, tutto qui. Ho sbagliato?»
Ci fu un lungo silenzio, poi Carbone riprese: «Non hai letto il regolamento del college?».
Corrie cominciò a sentirsi a disagio. L’aveva letto, certo, ma al momento dell’iscrizione, ovvero più di un anno prima. «Non di recente.»
«Il regolamento parla chiaro. Gli studenti non possono contattare le autorità cittadine se non tramite i canali ufficiali. E questo perché anche noi siamo un’istituzione cittadina, come ben sai, un’importante sede della City University di New York.» Il tono del professore era tranquillo, quasi gentile.
«Io… Be’, mi dispiace. Non ricordavo questa parte del regolamento.» Corrie deglutì. Fu presa dal panico… e dalla rabbia. Aveva combinato una stronzata colossale. Ma si sforzò di restare calma. «Ho fatto solo un paio di telefonate, nulla di ufficiale.»
Carbone annuì. «Sono certo che tu non abbia deliberatamente violato il regolamento universitario.» Ricominciò a sfogliare le pagine, con lentezza, una dopo l’altra, senza guardarla. «Ma in ogni caso il tuo progetto presenta anche altri problemi.»
«Per esempio?» Corrie sentì una stretta allo stomaco.
«L’idea che la malnutrizione conduca ad atti criminali… è una vecchia teoria, per nulla convincente.»
«Non pensa però che valga la pena tentare?»
«All’epoca la malnutrizione era molto diffusa. Ma non tutti, da adulti, diventavano criminali. E quest’ipotesi rimanderebbe, come dire?, alla filosofia secondo la quale il crimine possa essere in generale ricondotto a un’infanzia infelice.»
«Ma d’altra parte è vero che la malnutrizione, in forma grave, potrebbe causare cambiamenti neurologici, danni reali. Non si tratta di filosofia, ma di scienza.»
Carbone chiuse la cartellina. «Posso predire fin da adesso i risultati della ricerca: scopriresti che i criminali giustiziati hanno sofferto tutti di malnutrizione durante l’infanzia. Ma la vera domanda è: perché solo una piccola percentuale di tutti i bambini affamati dell’epoca ha commesso reati tali da condurli alla pena capitale? Tuttavia la tua ricerca non procede in questa direzione. Mi dispiace, ma il tuo progetto non mi convince. Per niente.»
Con queste parole il professore appoggiò gentilmente la cartellina sulla scrivania.
2
Il famoso – per alcuni, tristemente – Museo Rosso del John Jay College of Criminal Justice era nato come una semplice raccolta di dossier, prove, effetti personali dei detenuti e cimeli che quasi cent’anni prima erano esposti nell’atrio della vecchia accademia di polizia. Da allora, era diventata una delle collezioni più ricche e importanti di reperti criminali del Paese. I pezzi migliori erano in mostra nella nuova, elegante galleria dell’edificio Skidmore, Owings & Merrill sulla Decima Strada. Il resto della collezione – una vasta raccolta di documenti e prove relativi a crimini del passato – era stata lasciata a marcire nel triste seminterrato della vecchia accademia di polizia sulla Ventesima Strada Est.
Corrie aveva scoperto quell’archivio poco dopo il suo arrivo al John Jay. Una volta che ebbe stretto amicizia con l’archivista ed ebbe capito come orientarsi tra gli schedari disordinati e gli scaffali zeppi di documenti, quel posto si era rivelato un’autentica miniera d’oro per lei. Era stata spesso al Museo Rosso in cerca di argomenti per saggi e progetti, trascorrendo un mucchio di tempo tra i dossier di vecchi casi irrisolti, tanto antichi che tutte le persone coinvolte (inclusi i possibili colpevoli) erano morte e sepolte. E di recente proprio qui aveva raccolto il materiale per la ricerca per il premio Rosewell.
Il giorno dopo l’incontro con il suo tutor, Corrie si infilò ancora una volta nell’ascensore cigolante e scese nel seminterrato. Doveva assolutamente trovare un nuovo argomento prima che fosse troppo tardi per presentare il progetto. Era già la metà di novembre, e lei sperava di poter sfruttare le vacanze invernali per portare a termine le ricerche e scrivere la relazione. La sua borsa di studio copriva gran parte delle spese universitarie, ma il resto era a carico dell’agente Pendergast, e Corrie era decisa a non fargli pagare un centesimo in più del necessario. Se il suo progetto avesse vinto il premio Rosewell, che ammontava a ben ventimila dollari, non avrebbe più dovuto chiedere il suo aiuto.
Quando le porte dell’ascensore si aprirono, fu accolta da un odore familiare: un misto di polvere e carta acidificata, con un lieve sentore di urina di topo. Attraversò l’ingresso e raggiunse una doppia porta metallica ammaccata con un cartello che diceva: ARCHIVIO DEL MUSEO ROSSO. Suonò il campanello. Dal citofono provenne uno stridore incomprensibile; Corrie pronunciò il proprio nome e la porta si aprì automaticamente.
«Corrie Swanson, lieto di rivederti!» la salutò con voce rauca l’archivista, Willard Bloom, alzandosi dalla scrivania, l’unico punto illuminato della stanza, da cui sorvegliava i recessi del magazzino che si estendeva nell’oscurità dietro di lui. L’uomo, pallido come un cadavere e magrissimo, aveva i capelli grigi lunghi fino alle spalle; a parte questo, però, era affascinante e gentile. Poco importava che spesso, quando credeva di non essere visto da Corrie, i suoi occhi indugiassero su certe zone del suo corpo.
Bloom si avvicinò tendendole la mano solcata dalle vene. Quando la strinse, Corrie si sorprese di trovarla stranamente calda.
«Vieni, accomodati.»
Davanti alla scrivania c’era un tavolino con attorno alcune sedie e, accanto, un mobiletto su cui erano appoggiati una piastra elettrica, un bollitore e una teiera: un salotto informale al buio e in mezzo alla polvere.
Corrie si lasciò cadere su una sedia e appoggiò a terra la valigetta con un rumore sordo. «Un bel casino.»
Bloom alzò le sopracciglia con aria interrogativa.
«Si tratta di Carbone. Ha rifiutato di nuovo il mio progetto di ricerca. Devo ricominciare da capo.»
«Carbone è un bastardo, lo sanno tutti» rispose lui di slancio.
Corrie si incuriosì. «Lo conosci?»
«Conosco tutti quelli che vengono quaggiù. E lui si lamenta ogni volta, dice che questo posto fa impolverare i suoi completi Ralph Lauren. Mi vorrebbe sempre ai suoi ordini. Sfortunatamente, non trovo mai quello che gli serve, poveretto… Sai qual è la vera ragione per cui continua a rifiutare le tue idee, vero?»
«Immagino sia perché sono ancora al secondo anno.»
Bloom le rivolse un cenno d’assenso, accompagnandolo con uno sguardo complice. «Esatto. Carbone è un tipo vecchio stampo, un fanatico del protocollo.»
Proprio quello che Corrie temeva. Il premio Rosewell era molto ambito al John Jay. I vincitori erano spesso studenti degli ultimi anni, quelli con i voti migliori, che in genere approdavano a una sfavillante carriera nelle forze dell’ordine. A quanto ne sapeva, non era mai stato vinto da un allievo così giovane: quelli come lei, di norma, venivano tacitamente scoraggiati. Ma non esisteva una clausola nel regolamento che impedisse la sua partecipazione, e Corrie non si sarebbe fatta ostacolare da quelle questioni.
Bloom le sorrise, scoprendo i denti gialli. «Un po’ di tè?»
Lei guardò la teiera: sembrava non venisse lavata da decenni. «Quella è una teiera? Pensavo fosse un’arma del delitto. Sai, di quelle per servire l’arsenico agli ospiti.»
«Hai sempre la risposta pronta. Ma di certo saprai che il veleno è un espediente da donne, no? Un assassino maschio vuole vedere il sangue della sua vittima.» L’archivista si riempì una tazza. «Quindi Carbone ha bocciato la tua idea. Non mi sorprende. Qual è il tuo piano B?»
«Era quello il mio piano B. Speravo potessi darmi qualche altro spunto.»
Bloom si appoggiò allo schienale della sedia e sorseggiò rumorosamente il tè. «Vediamo un po’. Se non ricordo male, studi osteologia forense, giusto? Cosa stai cercando, con esattezza?»
«Devo esaminare alcuni scheletri che presentino traumi antemortem o perimortem. Negli schedari c’è qualche caso che abbia a...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Copyright
- Prologo
- Una storia vera
- Capitolo 1
- Capitolo 2
- Capitolo 3
- Capitolo 4
- Capitolo 5
- Capitolo 6
- Capitolo 7
- Capitolo 8
- Capitolo 9
- Capitolo 10
- Capitolo 11
- Capitolo 12
- Capitolo 13
- Capitolo 14
- Capitolo 15
- Capitolo 16
- Capitolo 17
- Capitolo 18
- Capitolo 19
- Capitolo 20
- Capitolo 21
- Capitolo 22
- Capitolo 23
- Capitolo 24
- Capitolo 25
- Capitolo 26
- Capitolo 27
- Capitolo 28
- Capitolo 29
- Capitolo 30
- Capitolo 31
- Capitolo 32
- Capitolo 33
- Capitolo 34
- Capitolo 35
- Capitolo 36
- Capitolo 37
- Capitolo 38
- Capitolo 39
- Capitolo 40
- Capitolo 41
- Capitolo 42
- Capitolo 43
- Capitolo 44
- Capitolo 45
- Capitolo 46
- Capitolo 47
- Capitolo 48
- Capitolo 49
- Capitolo 50
- Capitolo 51
- Capitolo 52
- Capitolo 53
- Capitolo 54
- Capitolo 55
- Capitolo 56
- Capitolo 57
- Capitolo 58
- Capitolo 59
- Capitolo 60
- Capitolo 61
- Capitolo 62
- Capitolo 63
- Capitolo 64
- Capitolo 65
- Epilogo
- Ringraziamenti
Domande frequenti
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