Filo spinato
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Filo spinato

  1. 120 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Filo spinato

Informazioni su questo libro

Il filo spinato del titolo è quello che, trattenendo il nonno di rientro da un assalto durante la Grande Guerra, gli salvò la vita. Senza quel filo non ci sarebbero stati il padre del poeta, né la zia Bianca, né lo zio Dario, né il premio Nobel di quest'ultimo. Incontriamo poi in questo libro un ricco romano del IV secolo, di cui rimane pressoché solo il nome: ma fu grazie a lui se il giovane Agostino poté studiare. Senza di lui, niente Confessioni. E poi, ancora, una borsetta di perline trovata fra le macerie della Seconda guerra mondiale e conservata durante la prigionia per essere regalata a una futura nipote, che ora l'ha riposta cosí gelosamente da non riuscire piú a trovarla. La consolazione di un declivio fiorito lungo la strada che conduce a un lavoro logorante. Una pagella del 1934, nella quale un 6 in matematica fa ancora recriminare dopo piú di ottant'anni l'alunna che lo ricevette. Un garage da sgomberare, in cui giace un tesoro di lettere di Ripellino. L'avvento salvifico di vecchi libri sbrindellati nella cella di una prigione. Le poesie di Alessandro Fo raccontano piccoli episodi come ripresi da vecchie foto, sempre con la speranza che qualcosa resti, dopo la fine di ogni storia. Sempre con la certezza che tra lo scomparire e il riemergere ci sia un filo sottile, spinato o no, a cui tutti siamo appesi.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2021
Print ISBN
9788806247287
eBook ISBN
9788858435991
Argomento
Letteratura
Categoria
Poesia

Dei sepolcri, again

(presunzione)
«da Mondadori entrai un dí al crepuscolo
e di Alessandro Fo vidi il Corpuscolo
lo comprai e lo lessi… altro che Foscolo!»
FRANCESCO BURRONI

Fermandomi a pensare una poesia

Ho amato Mia Martini,
lo confesso.
Eccola, adesso che in televisione
c’è Techetecheté
che la fa rivedere,
contro uno sfondo falso con la luna,
mentre canta qualcosa
che parla della neve,
strana cosa
d’agosto.
Le sue smorfie d’espressione,
il folto delle sopracciglia, belle,
la bocca ad arco i pazzi ricciolini,
le braccia in alto che scoprono le ascelle…
È sera, è ferragosto,
e francamente,
finito che sarà questo spezzone,
temo non ci sarà assolutamente
nessuno che la pensa, Mia Martini,
in tutto l’universo,
nel ferragosto, a sera. Tranne me.
Dissero pure questa:
che portava sfortuna.
Ma so che – sia ora, o no, su quella luna –
lei mi sta ricambiando,
e magari cantando
(per me? per ringraziarmi?)
«… non cambierai…
dimmi che
per sempre sarai
sincero
e che mi amerai
davvero
di piú, di piú, di piú,
tu,
tu, che sei diverso».

Sala d’aspetto

In attesa, scorrendo al cellulare
distrattamente lo schermo su instagram,
fra i vari account e i post ecco affiorare
#lepiubellefotodel900.
Ferma, in orizzontale,
fra la scritta 100 up free garage
e quell’altra Coffee shop fountain
(siamo a New York, ed è il ’42) –
la gonna che le vola, un braccio teso,
le belle gambe aperte in una forbice –
«una donna si suicida lanciandosi
dal Genesee Hotel».
È ancora in aria,
per sempre nella foto ‘fortunata’,
che sarà pure «bella», forse, ma…
(Seguono a colori, tatuate,
splendide donne, e si sparano pose).
Cresce ormai assai rada una peluria
sulla nuca della donna anziana
che ho qui davanti. Magra, consumata.
L’età non conta: comunque, la natura
fa il suo corso, e procura
capelli, unghie, persegue il suo scopo,
ligia a come è stata programmata.
Piú incerto resta, a pensarci, lo scopo.
Di questo stare. O volare in New York.
Di questo corpo, che in terra o per aria,
unghie, capelli, braccia, gambe, gonne,
dissolverà prima o poi le sue pose.

Voci sul 63

Brunetta, il tuo messaggio…
«Cari, care,
novantanove anni li ho compiuti.
Questa estate, penso, me ne andrò.
Per adesso, però,
è ancora maggio:
e pertanto, coraggio,
venitemi a trovare».
In mezzo a tutti noi stipati in tram,
o tra quanti si affannano
sul marciapiede sotto scrosci e ombrelli,
stringhe di vanitas
vanitatum
«Anche la memoria è metafisica,
specie per chi non crede, come me:
la persona svanita,
la tiene nella vita».
(«… Questa me la scrivo, tu va’ avanti»…)
«… Eh, vai ‘avanti’…
Viene un certo giorno…
Viene un giorno che, ancora da lontano
(forse c’è tempo, o almeno cosí pare),
però ti senti già sulla chiamata.
Molti se ne sono bell’e andati.
Vedi gli altri finire, e in modi crudi
(qualche stupido caso), improvvisi, violenti.
… Uccisa e data alle fiamme dal suo ex,
buttata giú da un ponte da suo padre,
o travolto nel traffico…
o, come per mia madre,
da un chirurgo incapace…
Chiusa nel corpo dalla SLA giorno a giorno,
lei, già una travolgente meraviglia…
Contempli con sgomento, solidale,
vorresti fare qualcosa – ma cosa?
Anche per te verrà il momento (quale?
In strada, in ospedale?…)
E, precisamente da quel giorno,
per davvero, oramai, non sei piú giovane».

Il non piú tanto giovane erudito

(trenodia)
Cercavo nella rete se per caso
Maria Cannatà Fera
quel commento al Pèleo di Catullo
che lei scoprí fra le carte del Pascoli
l’avesse pubblicato. E mi imbattevo
invece in un’offerta dei, piú vecchi,
frammenti funerari del suo Pindaro…
«Pronto, è lei che ha comprato quel Pindàrus
Píndarus» io corressi, scioccamente)
«… Notiamo ora che ha una macchia rossa
sul retro copertina…» «Oh, non importa…»
Baffi rossi sul giallo
del fondo crema, quasi impercettibili.
Cosí lo sfoglio. E – vengo constatando –
alcuni fogli son rimasti bianchi:
pagine 81 e 84,
85, 88 e seguente
e le 93 e 94.
Potrei chiedere il cambio.
Ma era l’unica
copia, e dovrei inviare di rimando
questo mio Gronchi rosa dei «Pindàri»,
che un fato tipografico eloquente
ha reso straordinario,
seminando
parentesi di bianco, vuoto, niente
fra questi e quei frammenti funerari.

Prima di un passo medico rischioso

Salgo a piedi le scale. Pesce al primo,
al secondo cipolle. Al terzo piano
fumo di sigaretta in spessa coltre,
uova, sughi, minestre, poi, piú oltre.
(Ricordi quell’incontro in ospedale?
«Sono qui per N…» – era un notabile –
«È messo molto male…»)
Cucinare,
nel nostro condominio, continuare…
E se poi domattina mi spegnessi?
Che senso ha tutto questo?
Dove me ne andrò? Che senso ha avuto
tutto ciò cui ho assegnato tanto posto,
anche se ci ho creduto,
anche se ho confidato che potesse
cambiare in meglio il mondo?…
Ma nel mondo
domani (o, se no, poco
piú avanti ormai) non ci sarò. Già scendo.
E il progresso delle generazioni?
Il ricordo degli avi? Degli antichi?
Nulla ha senso, se non c’è un piú gran senso.
(N. è poi deceduto.
Guardi con tenerezza e comprensione,
sul breve trafiletto,
briciole di cornetto
del lettore che al bar fa colazione).

Natale con sorella a Prima Porta

«Eh sí, Ale, ti do questa notizia; la mamma non c’è piú: non c’è proprio piú, da nessuna parte».
Tornato al cimitero dopo tanto tempo,
guardavo alla distesa prodigiosa
di scordate esistenze.
Chiusi fra tanto nulla (o fra due date)
siamo parentesi,
fragili dissolvenze,
scrigni di piani, gioie, sogni futili,
meschinità ed accumuli
friabili.
Nulla che abbia davvero rilevanza
da questo lato del mondo, se resta
solo la lapide, o pallida traccia
sul poco spazio di un’ultima stanza
vista su strada (e a volte neanche questa).
Molto vi fate vivi, grandi piccoli
morti della mia vita, cui la stessa potenza
che ha dato luogo a questo splendido giorno
deve aver riservato, in qualche picco
di spaziotempo, ampio risarcimento.
Là vi raggiungeremo, non fra i labili
marmi tra cui scorre il nostr...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Filo spinato
  4. INGANNARE IL TEMPO
  5. MUTO CARCERE
  6. DEI SEPOLCRI, AGAIN
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Dello stesso autore
  10. Copyright

Domande frequenti

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