Con l'umorismo nero che lo contraddistingue, e la malinconia di chi ha passato una vita con i propri personaggi, in Cronache dal selvaggio West Joe R. Lansdale approfondisce e arricchisce il mito di Hap e Leonard: a volte drammatici, a volte esilaranti, e sempre sopra le righe, in questi racconti estremamente autentici si ha la sensazione di tornare a casa dopo tanto tempo. Perché, come dice Hap: «Ci sono persone con cui non parli per un paio d'anni, forse di piú, ma appena le vedi ti sembra che abbiano lasciato la stanza solo un momento fa, e cosí fu per me e Leonard».«Spero che vi piacerà leggere questi racconti tanto quanto a me è piaciuto scriverli. E questo è quanto. Dalle terre selvagge del Texas orientale, vi mando un saluto».
Joe R. Lansdale «Una miscela di umorismo, storie inedite e intuizioni assurde. Un Lansdale leggendario».
New York Journal of Books

- 232 pagine
- Italian
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Una volta che suona quella campanella sei da solo. Siete solo tu e l’avversario.
JOE LOUIS
Accadde durante le vacanze estive, l’anno del diploma.
Leonard venne da me a fine giornata, dopo che avevo terminato di impilare la legna e stavo mettendo a posto gli attrezzi. Ero di buon umore perché il mio datore di lavoro mi doveva un bel po’ di soldi, eravamo alla fine della settimana ed era ora di riscuotere.
Ero anche felice perché avevo conosciuto una ragazza che mi piaceva. Ci eravamo visti a un ballo fuori città. Ma questa è un’altra storia, e quella ragazza, in seguito, quando io e Leonard eravamo piú grandi, ci avrebbe quasi fatti uccidere. In quel momento però pensavo a lei, al calore del suo corpo mentre ballavamo e a come ci eravamo toccati, e poi a quando piú tardi, in macchina, avevamo parcheggiato lungo un sentiero bordato di pini e avevamo fatto l’amore. Lei non era stata timida né esitante, e quello era stato il momento piú bello della mia vita. Ancora adesso lo ritengo un momento notevole. Mi fece quasi cedere le ginocchia, e col tempo ho capito che mi aveva fiaccato anche la mente, ma lí per lí pensavo solo cose belle su di lei e purtroppo sapevo che la settimana successiva non l’avrei rivista, perché doveva andare fuori città per qualche giorno.
Leonard mi aiutò a sistemare gli attrezzi, un assortimento di piedi di porco, martelli e scalpelli.
Era stato un lavoro tosto e faceva un caldo bestiale, ma la casa non era troppo grande, quindi tutto sommato me l’ero sbrigata in fretta.
– Che fai? – mi chiese.
Gli lanciai un’occhiata.
– Sto sistemando i miei cazzo di attrezzi e tu mi stai aiutando.
Leonard mi sorrise. Quando voleva, aveva un bel sorriso. A volte era buffo e attraente, altre volte ricordava quello di uno squalo, proprio prima che roteasse gli occhi e la bocca si spalancasse per poi stringere i denti, con te in mezzo.
– Ho trovato un lavoro per tutti e due, – disse Leonard.
– Ne ho appena finito uno.
Chiusi la cassetta degli attrezzi.
– È un ottimo lavoro.
– Anche questo lo era. Nessun avanzamento di carriera, ma un buon lavoro.
– Ne ho trovato uno migliore: dobbiamo fare una cosa che ci riesce proprio bene.
– Sarebbe?
– Picchiare la gente.
Io e Leonard eravamo entrambi lottatori, anche se per motivi diversi. Leonard perché era un nero in una piccola città del profondo Texas orientale, nel periodo in cui Jim Crow era vivo e vegeto: era passato molto tempo dall’abolizione della schiavitú, ma i suoi strascichi ancora si sentivano. Erano esperienze che ti succhiavano l’anima, in cui veniva quotidianamente ricordato alle persone di colore che non erano allo stesso livello dei bianchi e che non lo sarebbero mai state.
Leonard non aveva letto il promemoria su come avrebbe dovuto agire, o forse l’aveva fatto e, in tal caso, l’aveva strappato e ci si era pulito il culo.
Io facevo a botte perché molti altri amavano quello sport. Era una specie di hobby in quella piccola città con quattro gatti, e pure zoppi.
Piú tardi, quel giorno stesso, dopo che io e Leonard ci eravamo dati appuntamento per parlare del nuovo, misterioso lavoro, ricevetti i soldi che mi spettavano, andai a casa e mangiai una buona cena preparata da mia madre. Salsiccia, semolino piccante e biscotti morbidi come nuvole, gustosi come nettare. La mattina dopo andai all’appuntamento con Leonard nella zona nera di una città chiamata LaBorde. Non era troppo lontana da dove vivevo, a Marvel Creek. Anni dopo, mi sarei trasferito lí per viverci.
Era uno di quei giorni d’estate in cui dovunque andassi sentivi l’odore dell’erba tagliata e dei pini. La luce reggeva fino a tardi, e la luna sorgeva come una cialda sottile nel cielo ancora invaso dal sole. Era tutto cosí bello che mi venne voglia di fischiettare e cazzeggiare.
Mentre guidavo nella zona nera della città, vidi giovani di colore in cortili malridotti curvi sulle verande come se fossero zattere in un orribile oceano agitato. Mi guardavano passare con occhi freddi e corpi rigidi. Nessuno mi salutò.
Mi fermai dove alloggiava Leonard. Il cortile era carino e la casa ben dipinta. Era una grande casa con un alto portico e uno spazio recintato. Leonard aveva ancora i genitori ma viveva con suo zio Chester. Avevano i loro problemi, lui e lo zio, ma ero certo che Chester fosse il suo unico modello.
Parcheggiai accanto al marciapiede, salii sulla veranda e bussai. Alla porta accanto c’era un giovane di colore con uno straccio rosso vivo che gli pendeva dalla tasca posteriore dei pantaloni. Aveva un pettine nero, dai denti larghi e con il manico grosso, sepolto tra i capelli arruffati. Doveva avere piú o meno la mia età, era robusto e aveva i denti davanti molto distanziati, cosí larghi da sembrare abnormi.
Mi vide e gridò: – Cosa ci fai qua, bianco? Vendi il «Grit» porta a porta? Nessuno legge quella merda. Ritorna dalle tue parti, se non vuoi che non ti trovino piú.
A quel punto Leonard uscí di casa, facendomi quasi cadere mentre spingeva la zanzariera. Urlò al ragazzo sulla veranda: – Vieni qui, Lashawn.
– No, sto bene dove sto.
– Vieni qui, dannazione.
Il viso di Lashawn perse la sua espressione allegra. La bocca si chiuse sui grossi denti.
– Vieni qui, ho detto.
Lashawn esitò un attimo, poi scese dalla sua veranda e salí sulla nostra. Quando fu vicino, Leonard gli toccò il grande pettine che aveva tra i capelli. Ora riuscii a vedere che era di metallo, e notai che Lashawn aveva recuperato un po’ di sicurezza, e la ostentava.
– Se ti metti a fare il duro, Leonard, ti taglio il culo con questo pettine. È un’arma.
Leonard colpí Lashawn con un diretto secco che lo fece cadere in cortile col culo a terra.
– E che cazzo, – disse Lashawn, mettendosi a sedere con una mano sulla fronte, nel punto dove Leonard l’aveva colpito.
– Non parlarmi in questo modo. Ho invitato un ospite e tu gli parli come se fosse un dannato accalappiacani.
Lashawn si stava ancora massaggiando la testa. – Non sapevo che fosse un tuo ospite.
– Ha bussato alla mia porta ed è qui sulla mia cazzo di veranda. Non capisci proprio una sega. Non posso permetterti di parlare in quel modo ai miei ospiti, giusto, Hap?
– Be’, non saprei. Sei stato piuttosto duro con lui.
– No che non lo sono stato, – disse Leonard. – Sono stato duro, Lashawn?
– Cazzo se lo sei stato. Non c’era motivo di colpirmi cosí.
– Te l’ho appena spiegato, il motivo. Sei sordo o solo idiota? Perché non torni a casa e ti metti un po’ di ghiaccio sulla fronte? Ti verrà un bernoccolo. E poi devi sistemarti il pettine.
Quando Lashawn entrò in casa sua, Leonard disse: – Non sopporto quel negro campagnolo. È un maledetto ladro. Detesto la gente che ruba. O che porta un cazzo di pettine tra i capelli.
– Tu non sei campagnolo?
– Sí, ma sono sofisticato come una merda di barboncino.
Quel momento si sarebbe ripetuto spesso, nelle nostre vite.
Entrammo nel pick-up di Leonard, che vibrò nell’accendersi ed emise il suono tipico di un’asta allentata: probabilmente ci sarebbero voluti circa duecento dollari per sistemare i pistoni. Leonard teneva una confezione di biscotti alla vaniglia tra i nostri sedili, e di tanto in tanto ci immergeva la mano per prenderne uno. Non me li offrí neanche una volta.
Dissi: – Amico, non era necessario. Quello lí è solo uno stronzo, mica Attila l’unno.
– Per come la vedo io, sto impedendo a quel figlio di puttana di diventare Attila. Non farò crescere un Attila nel mio vicinato.
Sapevo che era ora di far cadere la discussione su Lashawn.
– Dici che hai trovato un lavoro per tutti e due ma non mi spieghi un cazzo, tranne il fatto che dobbiamo picchiare la gente. Non so se voglio farlo.
– Pensavo che se ti avessi detto di cosa si trattava avresti rifiutato.
– Non posso sapere se mi piace un lavoro segreto, se prima non me lo spieghi.
– Che ne dici di quattrocento dollari?
– A persona?
– No, in tutto, ma diamine, con duecento dollari non è che ti ci pulisci il culo.
All’epoca certo che no. C’era chi doveva lavorare due, a volte tre o quattro settimane, per guadagnare quella cifra.
– Quanto lavoro c’è da fare?
– Qualche mezza giornata.
– Sembra fin troppo facile.
– A volte le cose sono facili.
Una volta in città, Leonard parcheggiò davanti a un bar.
– Prima facciamo colazione.
– Non lo so se è il caso, Leonard.
– Dici che i neri non possono entrare? Non c’è nessuna legge che lo vieti, lo sai. Lincoln ha liberato gli schiavi.
– Non lo so se è il ca...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. di Kathleen Kent
- Hap e Leonard, le origini. di Joe R. Lansdale
- Cronache dal selvaggio West
- La cucina
- Budino alla banana
- Il Watering Shed
- Sparring partner
- Il Sabine era in piena
- Cibo buono: le ricette di Hap e Leonard. di Kasey Lansdale
- Ringraziamenti
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright
Domande frequenti
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