La rivoluzione romana affronta uno dei nodi cruciali della storia di Roma: la caduta della repubblica e il declino della libertà politica sino alla vittoria definitiva di Augusto e alla fondazione del regime. Opponendosi alla visione tradizionale, incentrata sulle vicende dei grandi protagonisti, Syme propone una lettura allargata del processo politico, mettendo l'accento anche sui personaggi «minori» usciti dalla catastrofe repubblicana e destinati a costituire la nuova classe dirigente della Roma del principato. Lo sguardo dello storico sorvola cosí sulle biografie di Pompeo, Cesare, Marco Antonio, e dello stesso Ottaviano, il figlio adottivo di Cesare che dopo la presa del potere assumerà il nome di Augusto. Perdono peso anche gli avvenimenti bellici, gli affari interni e i rapporti fra Roma e le province; prendono invece rilievo le nobili casate romane e i principali alleati dei diversi capi politici. La struttura dell'oligarchia governativa assurge quindi a tema dominante della storia politica, venendo a costruire l'anello di congiunzione tra repubblica e impero. Le trasformazioni dello stato e della società, il trasferimento violento del potere e delle proprietà, la creazione del dominio di Augusto rivivono sotto gli occhi del lettore grazie a una narrazione appassionata ed elegante, mai convenzionale.

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La rivoluzione romana
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Roman Ancient HistoryCapitolo trentatreesimo
Pax et princeps
Quando una fazione ha trionfato con la violenza e si è impadronita del controllo dello Stato, sarebbe pura follia considerare il nuovo governo come repertorio di personaggi simpatici e virtuosi. La rivoluzione richiede e ingenera qualità piú severe. Riguardo ai personaggi chiave al governo del nuovo Stato, e cioè riguardo al principe stesso e ai suoi alleati Agrippa, Mecenate e Livia, la storia e la scandalistica ci hanno tramandato testimonianze sufficienti a smascherare la cruda realtà del loro dominio. Lo splendido alone di gloria che li circonda può abbagliare, ma non accecare l’occhio del critico. Altrimenti, non può esservi storia di quei tempi degna di questo nome, ma soltanto adulazione e giustificazione pratica del successo.
Un uomo soltanto, fra tutti quelli che la rivoluzione aveva portato al potere, meritava una qualche considerazione da parte dei cittadini, e cioè Agrippa; cosí diceva qualcuno1. Informatori ingenui o maligni ci fanno vedere nei personaggi piú eminenti del governo nazionale una sinistra masnada degna erede dei terribili generali dei triumviri – Balbo, il milionario superbo e crudele, Tizio, sleale e ingrato, il rozzo e avido Tario, il poco affascinante Quirinio, acre e duro e odiato in vecchiaia, e infine Lollio, il rapace intrigante. Nulla si sa a discredito di Tito Statilio Tauro, Gaio Senzio Saturnino, Marco Vinicio e Publio Silio2. Ma fu forse piú fortuna che merito se le loro figure restarono sbiadite e neutre: i loro discendenti godettero di potere e fama, e i loro avversari stettero zitti; e il nipote di Vinicio fu il patrono di uno storico devoto e zelante. Al contrario, Lollio fu un capro espiatorio della politica, e Quirinio, Tizio e Tario non ebbero figli di rango consolare che fossero oggetto di timore o di adulazione.
È evidente che a questo ha contribuito un pregiudizio tradizionale per i Romani, acuitosi durante il predominio della fazione cesariana e che, nell’impossibilità di attaccare il capo del governo, si accaní a mettere in evidenza, o a inventare di sana pianta, gli oscuri natali, il carattere repellente, le cattive azioni degli homines novi che avevano una posizione dominante nell’oligarchia. Nella loro schiera, come fra l’ignobile e impudente gentaglia dell’età precedente, si potevano trovare delle ottime persone, figli dell’antica aristocrazia italica, le cui private virtú non bastavano a compensare la colpa basilare di trovarsi politicamente dalla «parte sbagliata» e di avvantaggiarsi a spese di quelli migliori di loro. È probabile che lo sport della diffamazione del parvenu sia nato presso l’aristocrazia, ma fu prontamente adottato con snobistico entusiasmo da altre classi sociali. Sono proprio i figli di cavalieri romani che ci hanno tramandato i piú tipici e maligni ritratti di homines novi.
I nobiles erano relativamente immuni. Se non fosse stato per questo, i partigiani aristocratici di Augusto avrebbero illustrato la storia con una non meno vivace fantasmagoria di personaggi ripugnanti. L’homo novus, avido e intrigante, si spogliava di tutte le apparenze nella corsa alla ricchezza e al potere. Il nobilis, che dava meno nell’occhio, non è detto che fosse migliore. Dopo una rivoluzione sociale, il primato dei nobiles era una truffa oltre che un anacronismo – era basato sull’appoggio morale e materiale di un capo militare avverso alla loro classe ottenuto in cambio della loro rinuncia al potere e all’ambizione. Tornarono in auge orgoglio e lignaggio: per mascherare servilismo o inconsistenza. Gli aristocratici, riaffiorando dall’onda che aveva minacciato di sommergerli durante il periodo rivoluzionario, non ricavarono nessun insegnamento dalle avversità tranne la convinzione che la miseria era il peggiore dei mali. Da qui la cupidigia e la rapacità indispensabili a riparare i patrimoni dissestati, nonché la speranza che il princeps avrebbe provveduto: Roma aveva un debito con i loro antenati. Il debito fu pagato dal principato con il pretesto di servigi resi allo Stato e di onore nell’oratoria o nel diritto, ma soprattutto e sempre di piú per l’unico motivo del nobile lignaggio3.
L’oligarchia sillana si era rappacificata con la monarchia. Tuttavia, verso la fine del regno di Augusto restava ben poco della fazione catoniana e delle quattro casate aristocratiche che avevano spalleggiato Pompeo. I patrizi Lentuli erano parecchi di numero, ma non altrettanto dotati di qualità personali. Il fatto che Lucio Domizio Enobarbo fosse l’avo del...
Indice dei contenuti
- Copertina
- La rivoluzione romana
- Introduzione alla seconda edizione italiana di Giusto Traina
- Introduzione alla prima edizione italiana di Arnaldo Momigliano
- Prefazione alla prima edizione inglese di Ronald Syme
- Nota alla seconda edizione inglese di Ronald Syme
- Abbreviazioni
- La rivoluzione romana
- I. Introduzione: Augusto di fronte alla storia
- II. L’oligarchia romana
- III. Il dominio di Pompeo
- IV. Cesare dittatore
- V. La fazione cesariana
- VI. I nuovi senatori di Cesare
- VII. Antonio console
- VIII. L’erede di Cesare
- IX. La prima marcia su Roma
- X. Il vecchio statista
- XI. Propaganda politica
- XII. Il Senato contro Antonio
- XIII. La seconda marcia su Roma
- XIV. Le proscrizioni
- XV. Filippi e Perugia
- XVI. Il predominio di Antonio
- XVII. L’ascesa di Ottaviano
- XVIII. Roma sotto i triumviri
- XIX. Antonio in Oriente
- XX. Tota Italia
- XXI. Dux
- XXII. Princeps
- XXIII. Crisi di fazione e di Stato
- XXIV. La fazione di Augusto
- XXV. L’opera del patronato
- XXVI. Il governo
- XXVII. Il gabinetto
- XXVIII. La successione
- XXIX. Il programma nazionale
- XXX. L’organizzazione dell’opinione pubblica
- XXXI. L’opposizione
- XXXII. Il tramonto dei nobiles
- XXXIII. Pax et princeps
- Appendice
- I consoli
- INSERTO FOTOGRAFICO
- Indici delle fonti
- Indice delle fonti epigrafiche
- Indice delle fonti numismatiche
- Indice dei nomi
- Il libro
- L’autore
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