Deuteronomio [15, 1-3]
(remissione dei debiti)
Alla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno di remissione. Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione per il Signore. Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere.
Robert Kuttner
(debito pubblico, 2013)
Il debito pubblico non è stato responsabile del crollo del 2008 né sta ritardando la ripresa oggi. L’ampliamento dei deficit pubblici fu la conseguenza del crack finanziario, non la causa. In effetti, è sostenibile la tesi che i deficit pubblici stiano tenendo un’economia debole fuori da una recessione anche più profonda. [...] Inoltre, alcune delle cause del disavanzo pubblico, come il programma Medicare, riflettono in larga misura l’inefficienza e l’inflazione nella sanità piuttosto che gli sprechi della politica di bilancio. Sono stati i debiti speculative privati – come quelli legati a titoli esotici derivati da mutui e finanziati con prestiti a breve termine molto costosi – che hanno generato la crisi del 2008. Il peso dei debiti privati continua ad azzoppare il potenziale dell’economia. Nel decennio precedente al crollo del 2008, il debito privato era cresciuto a un tasso triplo rispetto a quello con cui era cresciuto il debito pubblico. Nel 22 percento dei mutui immobiliari americani il debito eccede il valore della casa. Giovani adulti cominciano la loro vita economica carichi di debiti contratti da studenti, debiti che hanno raggiunto recentemente un miliardo di dollari e che limitano il loro potere d’acquisto. Le famiglie del ceto medio usano il debito come un sostituto dei salari e degli stipendi, che sono rimasti indietro rispetto al costo della vita. Un simile eccesso di debito privato ritarda la ripresa, molto più del problema ossessivamente dibattuto del debito pubblico.
Jeffrey Sachs
(debito estero, 2015)
Credere che governi indebitati debbano sempre servire i loro debiti è un buon principio, applicabile in nove casi su dieci, ma può essere un disastro nel decimo caso. Non dobbiamo spingere la società al punto di rottura, anche quando possono rimproverare solo se stesse per il loro indebitamento.
La Germania postbellica si “meritava” il Piano Marshall? No. Il Piano Marshall e l’accordo del 1953 sul debito tedesco furono politiche sagge, capaci di dare alla Germania un nuovo inizio? Sì. La Russia si “meritava” forse la riduzione del debito nel 1992? No. È stato saggio offrirglielo? Sì.
La Grecia si “merita” un taglio del debito? No. L’economia greca è stata mal governata per molto tempo. Sarebbe una buona idea tagliare il debito greco? Sì.
[...]
I contribuenti tedeschi credono di essere stati estremamente generosi con la Grecia, dandole ripetutamente dei prestiti. Eppure questo è in parte un miraggio. I contribuenti tedeschi sono stati generosi con le banche tedesche, non con la Grecia.
Thomas Piketty
(il debito pubblico nell’800, 2013)
Per finanziare la guerra d’indipendenza americana, e soprattutto le numerose guerre con la Francia durante il periodo rivoluzionario e napoleonico, la monarchia britannica sceglie la strada del prestito illimitato. Il debito pubblico passa così da circa il 100% del reddito nazionale nel 1770 a circa il 200% nel 1810, sei volte di più del debito francese nel medesimo periodo. Nel Regno Unito sarà necessario oltre un secolo di bilanci in attivo per ridurre progressivamente l’indebitamento, all’inizio del XX secolo, a meno del 30% del reddito nazionale.
[...]
Dal punto di vista di coloro che ne hanno i mezzi, è chiaramente molto più vantaggioso prestare una data somma allo Stato (per poi riceverne gli interessi per decenni) che pagarla sotto forma di imposte (senza contropartita). Inoltre, il fatto che lo Stato contribuisca ad accrescere con il proprio deficit la domanda globale di capitale non può che spingere in alto il tasso di rendimento del capitale, il che nuovamente va a favore di coloro che garantiscono l’offerta di capitale, per cui il loro arricchimento dipende da questo rendimento.
[...]
I socialisti del XIX secolo, a cominciare da Karl Marx, diffidavano in larga misura del debito pubblico, che percepivano – non senza una certa preveggenza – come uno strumento al servizio dell’accumulazione del capitale privato.
Paul Krugman
(il debito pubblico nel ’900, 2012)
Il dato più rilevante è che i 5 trilioni di dollari di debito che ha accumulato l’America dall’inizio della crisi, e gli altri che si verranno ad aggiungere prima che finisca questo assedio economico, non dovranno essere rimborsati in tempi brevi, e forse non dovranno essere affatto rimborsati. Non sarà una tragedia se il debito continuerà a crescere, a condizione che cresca più lentamente della somma tra inflazione e crescita economica.
Per capire meglio questo punto, considerate ciò che è accaduto ai 240 miliardi di dollari di debito che gravavano sul governo degli Stati Uniti alla fine della seconda guerra mondiale. [...] Quei 240 miliardi corrispondevano all’incirca al 120 per cento del PIL (contro un debito pubblico complessivo – tra governo federale, governi statali e amministrazioni locali – pari al 93,5 per cento del PIL alla fine del 2010).
Invece, negli anni successivi il governo federale ha avuto quasi sempre i bilanci in pareggio. Nel 1962 il debito era più o meno lo stesso del 1946. Ma il rapporto debito/ PIL era diminuito del 60 per cento grazie alla combinazione tra inflazione contenuta e crescita economica elevata. E il rapporto debito/ PIL ha continuato a diminuire per tutti gli anni Sessanta e Settanta, anche se in quel periodo il bilancio degli Stati Uniti faceva registrare generalmente modesti disavanzi. È stato solo con l’amministrazione Reagan, quando il deficit è cresciuto moltissimo, che il debito ha cominciato a crescere più rapidamente del PIL.
John M. Keynes
(Lenin e l’inflazione, 1919)
Lenin ha detto, pare, che la via migliore per distruggere il sistema capitalistico è svilire la moneta. Mediante un continuo processo di inflazione i governi possono confiscare, segretamente e inosservati, una grossa parte della ricchezza dei propri cittadini. Con questo metodo non solo confiscano, ma confiscano arbitrariamente; e il processo, mentre impoverisce molti, arricchisce alcuni. Lo spettacolo di questo arbitrario riordinamento della ricchezza genera, oltre che insicurezza, sfiducia nell’equità dell’attuale distribuzione della ricchezza. Coloro che grazie al sistema fanno fortuna, al di là dei loro meriti e anche dei loro desideri e speranze, diventano “profittatori”, oggetto d’odio della borghesia, che l’inflazione ha impoverito, non meno che del proletariato. Con l’intensificarsi dell’inflazione, e gli sbalzi del valore della moneta da un mese all’altro, tutti i rapporti permanenti tra debitori e creditori, che formano il fondamento ultimo del capitalismo, si sovvertono al punto da perdere quasi ogni significato; e l’acquisizione di ricchezza degenera a gioco d’azzardo e a lotteria.
Lenin aveva certamente ragione. Non c’è mezzo più sottile, più sicuro, dello svilimento della moneta per abbattere le basi esistenti della società.
Franco Modigliani
(deficit di bilancio, 1987)
L’errore fondamentale della tesi secondo cui i deficit di bilancio creano inflazione consiste nel supporre che i disavanzi pubblici debbano essere finanziati con creazione di moneta. Ciò è chiaramente falso in economie con sistemi finanziari sufficientemente sviluppati. In un tale contesto lo stato non è costretto a creare moneta, bensì finanzia i propri disavanzi emettendo titoli del debito non monetario. La moneta viene invece creata dalla banca centrale quando essa stessa acquista titoli del debito pubblico o altre attività finanziarie, ovvero dal sistema bancario nel momento in cui acquista attività per mezzo di passività monetarie entro limiti fissati dalla banca centrale.
Il compito della banca centrale è di stabilizzare il livello della produzione e dei prezzi mediante il controllo dello stock di moneta. Pertanto non c’è motivo di espandere o ridurre la moneta e il credito in relazione alle dimensioni del disavanzo pubblico. L’unica eccezione si ha quando, in una fase di depressione ciclica, si determina un disavanzo pubblico, o a causa della presenza di stabilizzatori automatici fiscali ovvero perché si attuano politiche di bilancio ad hoc. In questi casi, al crescente disavanzo (surplus) si dovrebbe affiancare una appropriata politica monetaria espansiva (restrittiva). In tali circostanze, peraltro, non vi sono le condizioni perché si crei inflazione.
Joseph A. Schumpeter
(la ripresa dalla crisi, 1934)
In tutti i casi, non soltanto nei due che abbiamo analizzato, la ripresa è venuta da sé. Vi è certamente questo di vero quando si parla della resilienza del nostro sistema industriale. Ma questo non è tutto: la nostra analisi ci porta a credere che la ripresa è sana soltanto se viene da sé. Perché ogni ripresa dovuta a un qualche stimolo artificiale lascia parte del lavoro della depressione come non fatto. E aggiunge al residuo non digerito di squilibri un nuovo squilibrio, che a sua volta deve essere liquidato, minacciando così il mondo degli affari con una prossima crisi. In particolare, la nostra storia fornisce una presunzione contro i rimedi che funzionano attraverso la moneta e il credito. Perché i problemi non nascono dalla moneta e dal credito e le politiche di questo tipo sono particolarmente inclini a mantenere e anzi a ingrandire gli squilibri e a produrre guai ulteriori in futuro.
Nicholas Kaldor
(su Keynes, 1956)
Disoccupazione, fluttuazioni e crescente concentrazione della proprietà non sono [...] a mio giudizio, caratteristiche inevitabili dell’evoluzione capitalistica. Grazie al lavor...