La guerra d’Albania non avrà più segreti
1.
Mussolini teneva i pugni appoggiati sullo scrittoio, le spalle ben dritte e la testa leggermente all’indietro. I gradi rossi di caporale d’onore della milizia spiccavano sul grigio dell’uniforme. Sulle guance pallide, la barba d’un giorno metteva un’ombra di bistro. Dall’altra parte del tavolo, non proprio sull’attenti ma in atteggiamento di grande rispetto, stava un generale dell’esercito. Un uomo di media statura, robusto, dalla carnagione accesa, dagli occhi azzurri, vivaci, sotto le sopracciglia arruffate. Era la sera del 12 marzo 1939. In quello stesso giorno il cardinale Eugenio Pacelli era stato incoronato papa Pio XII.
«Dovrà essere un’azione fulminea, da togliere il fiato», disse Mussolini. «Dobbiamo dare al mondo la precisa sensazione della nostra potenza. Nulla dovrà trapelare fino all’ora X». Tacque. Raccolse dal tavolo un tagliacarte dal manico di bronzo a forma di fascio e saggiò la forza della lama col gesto degli antichi spadaccini. Il generale non disse parola.
«Nessuno, per nessuna ragione, dovrà saperne nulla», continuò Mussolini, alzando improvvisamente gli occhi dal tagliacarte. «Nessuno».
«Se ben capisco, duce», disse allora, con accento lombardo, il generale, «neppure gli amici tedeschi».
Mussolini piegò leggermente la testa sulla spalla sinistra. Impugnò con forza il tagliacarte e lo tenne un momento diritto davanti a sé fissandone il taglio. Abbozzò un lieve sorriso. Ritornò serio.
«Ricordatevi l’Austria e la Cecoslovacchia», disse infine con voce più bassa, «e regolatevi in conseguenza. Siete uno dei pochi generali che abbiano il senso della politica. Siete inoltre l’unico dei nostri generali che conosca perfettamente l’obbiettivo militare che stasera ci siamo prefisso. Quanto tempo pensate che occorra per compiere l’operazione?».
Il generale abbassò per la prima volta lo sguardo. Si guardò per qualche istante la punta degli stivali. Infilò il pollice nel cinturone. Poi disse: «Tutto dipende dalle forze che mi metterete a disposizione».
«Ho già riflettuto su questo punto», rispose prontamente Mussolini. «Credo che un paio di battaglioni saranno sufficienti. Armatissimi, naturalmente».
«E perché, allora», ribatté con altrettanta prontezza il generale, «avete chiamato me? Sarebbe bastato un colonnello, oppure un console della milizia. Oppure, avrebbe potuto pensarci Ciano, prendendosi qualche giorno di vacanza. So che è stato Ciano a dirvi che bastano due battaglioni. Può darsi che lui ci riesca».
Mussolini restò un momento silenzioso. Si umettò le labbra con la punta della lingua e disse: «Non si può dire che manchiate di franchezza».
«Vedete, duce», riprese il generale, «io non credo alla verità, ma credo alla franchezza. Non credo alla verità perché ho fatto il soldato anziché il palombaro, e mi hanno insegnato che per trovare la verità bisogna calarsi in fondo al pozzo. Ma si può sempre fare del proprio meglio per essere franchi. Vi chiedo come minimo una buona divisione appoggiata da carri armati e da qualche reparto aereo. Prenderemo Tirana in quarantott’ore».
Con l’indice appoggiato alla tavola e la testa calva piegata nell’alone vivo della lampada, Mussolini rifletté un paio di minuti. Alla fine, parlando con improvvisa forza, concluse: «Fate come volete. Siete il mio capo di stato maggiore generale. Vi do carta bianca».
«Bianca?».
«Bianca. Quello che importa, è l’assoluto segreto».
«Vi ringrazio, duce», disse il generale. Salutò romanamente e si allontanò di qualche passo.
«A proposito, Pariani», lo richiamò Mussolini, che aveva già aperto davanti a sé un rapporto riservatissimo sui lavori del Conclave e sull’elezione del cardinale Pacelli. «Quella faccenda del palombaro, del pozzo e della verità mi è piaciuta».
Così, quella sera di marzo di quindici anni or sono, fu decisa la conquista militare dell’Albania. Un mese prima, esattamente il 10 febbraio, era finita la guerra di Spagna, e il 27 dello stesso mese i francesi e gli inglesi avevano riconosciuto formalmente il governo del generale Franco. Brontolii di una guerra ben più grave erano nell’aria. Mussolini aveva fretta di fare qualche cosa per equilibrare la dimostrazione di forza data dai tedeschi, l’anno prima, nell’affare cecoslovacco. In quel clima d’azione e di atteggiamenti «decisivi», il generale designato d’armata Alberto Pariani, sottosegretario alla Guerra e capo di stato maggiore dell’esercito, cominciava ad essere giudicato eccessivamente cauto e prudente. Specializzatosi in questioni di confine e in operazioni di diplomazia militare, era considerato più un politico che un soldato. Ci si era dimenticati che durante la guerra 1915-18 Cadorna l’aveva nominato, da tenente colonnello, capo di stato maggiore di un’armata; che nel 1916, da maggiore, aveva difeso il Pasubio facendo affluire da quella parte, di propria iniziativa, truppe destinate ad un altro settore; che aveva preso due medaglie d’argento e, cosa rara per un semplice ufficiale superiore, l’ordine militare di Savoia. Adesso, nel ’39, Ciano lo chiamava «il temporeggiatore»; Badoglio e Graziani lo trattavano tepidamente, non senza qualche occasionale malignità; Mussolini, sempre disposto a dar ragione all’ultimo che gli parlasse, alternava il calore alla freddezza, la fiducia alla diffidenza.
Alberto Pariani fu «dimissionato» dalle cariche di sottosegretario e capo di stato maggiore il 30 ottobre del 1939, proprio alla vigilia della seconda guerra mondiale. Pur continuando ad essere generale designato d’armata in servizio attivo, non ebbe più né comandi né incarichi fino all’aprile del 1943, quando fu mandato come viceré nella pericolante Albania. Dopo di che, Vittorio Emanuele lo nominò proprio ambasciatore a Berlino. Nomina che, purtroppo, gli venne affettuosamente comunicata, dal re in persona, la mattina dell’8 settembre, alle 10 precise.
Oggi, il generale Pariani, che ci vuole finalmente raccontare qualcuno dei propri ricordi, è sindaco di Malcesine, sul Lago di Garda, eletto da indipendente in lista democristiana. Ha settantotto anni e centocinquemila lire al mese di pensione. Non ebbe figli, e perciò gli resta accanto solo la moglie Giselda: una signora minuta e gentile, dai modi semplici, che non ricorda più di essere stata per qualche mese viceregina.
Nella sua villa di Malcesine, Alberto Pariani alleva oche e conigli, prepara il pastone per le galline, raddrizza arbusti linfatici e innesta fiori e frutta. Lavora ostinatamente, come un vecchio contadino, tenendo in capo la calottina grigia dei montanari albanesi. Verso sera si lava accuratamente con un grosso pezzo di sapone da bucato, si mette un vestito blu e si chiude nel proprio studio. È una stanza rettangolare, grandissima, invasa da una quantità incredibile di carte, di libri, di oggetti d’ogni genere. In un angolo, sepolto da vecchi documenti e da grossi volumi rilegati in pelle, c’è perfino un banco da falegname.
Con le gambe accavallate, ancora diritto ed energico nonostante l’età, Pariani racconta. Alle sue spalle, in una cornicetta di legno marrone, c’è un quadro a olio che rappresenta un fox terrier. È il ritratto di Ica, la fedele cagnetta che per quattordici anni accompagnò il suo padrone dovunque, dalla reggia di Tirana al carcere di Procida, dove il generale restò chiuso per due anni dopo la Liberazione; dai viaggi in aereo del ’38 e del ’39 per andare a incontrare in Germania Von Keitel o Von Rintelen, fino alle calme passeggiate lungo il Garda.
Sotto il ritratto della cagnetta c’è scritto: «Ricco o povero, ignorante o istruito, peccatore o santo, io ti sarò fedele nella fortuna come nella miseria. Sono tuo compagno e questo mi basta. Sono il tuo cane».
«Eppure, tre mesi fa, io stesso ho dovuto uccidere Ica, perché soffriva per un grosso, inguaribile tumore», dice il generale. «L’ho uccisa con questa».
E mostra una rivoltella Beretta calibro 9, d’ordinanza.
«Finché vivrò, non toccherò mai più un’arma carica», soggiunge.
In fondo allo studio, accanto a due scudi africani, in pelle di rinoceronte, c’è il ritratto di una ragazza albanese. Indossa l’antico costume delle donne di Kruja, tutto ricamato d’oro, con i pantaloni bianchi per i quali occorrono ventisette metri di velo di seta.
«È una nipote di Zog», spiega Pariani. E narra di quando Mussolini, nel 1927, lo mandò a Tirana in qualità di addetto militare, con l’incarico segreto di sottrarre l’Albania all’influenza inglese.
Mussolini chiamò Pariani, che allora era soltanto colonnello, una mattina d’autunno. Nella gran sala di Palazzo Venezia, il dittatore, che non aveva ancora assunto definitivi atteggiamenti militareschi, se ne stava seduto sul bracciolo di una poltrona, vestito da cavallerizzo, con pantaloni chiari rinforzati di pelle. Ogni tanto, frustava l’aria con uno scudiscio dal manico d’argento. Appariva allegro. Sulla scrivania, in mezzo a fascicoli, telegrammi e libri, c’erano, gettati con noncuranza, due guanti di cinghiale. Gli anni del «voi» erano ancora lontani.
«Lei, colonnello Pariani, andrà a Tirana», gli disse, stuzzicandosi col frustino gli stivali gialli. «Sa precisamente che cosa va a fare?».
«L’addetto militare», rispose semplicemente il colonnello. «Così, almeno, si diceva nella comunicazione scritta che ho ricevuto giorni or sono».
«Già», fece Mussolini. «Ma lei capisce che gli addetti militari italiani di oggi non sono più quelli di ieri. Oggi, anche noi siamo decisi a fare una politica estera da grande potenza, vale a dire integrale».
«Integrale», scandì, dopo un breve silenzio. «Sfruttando, cioè, tutte le occasioni possibili. Capisce?».
«Credo di sì», rispose il colonnello Pariani, ch’era già stato esperto militare all’armistizio di Villa Giusti e alla Conferenza della pace a Parigi.
«Bene», continuò Mussolini, frustandosi addirittura gli stivali. «Oltre ad essere addetto militare, lei comanderà una missione la quale avrà ufficialmente il compito di assistere il presidente Zog nella costituzione del nuovo esercito schipetaro. Un esercito piccolo ma efficiente che l’Inghilterra, naturalmente, vorrebbe accaparrarsi. L’Inghilterra, su questo terreno, ha già battuto la Francia. Noi dobbiamo battere l’Inghilterra. Se la sente?».
«Farò del mio meglio», rispose il colonnello Pariani, che essendo milanese non era portato agli entusiasmi gratuiti.
«Le do sei mesi di tempo», soggiunse Mussolini. «Badi che fino ad oggi i nostri agenti segreti hanno fallito. Può darsi che lei debba indossare l’uniforme albanese. Capisco che per un ufficiale è un sacrificio non piccolo. Ma il fine giustifica i mezzi. Mai, come ora, Machiavelli è stato di attualità».
«Farò del mio meglio», si limitò a ripetere il colonnello.
«Ne sono certo», disse Mussolini, che con un volteggio abbandonò il bracciolo della poltrona. «Mantenga stretti contatti col ministro Sola. Si rammenti che il presidente Zog è un orientale, furbo e, qualche volta, pericoloso».
Il colonnello Alberto Pariani partì per l’Albania tre giorni dopo. Poche ore di navigazione lo portarono in un paese medievale, senza luce elettrica, senza ferrovie, percorso da vecchie strade turche pressoché impraticabili dopo qualche giorno di pioggia. Signore avvolte dalla punta dei piedi al viso in drappi di seta attraversavano il mercato di Tirana accompagnate da serve che reggevano ombrelli neri. Grosse gazze gracidanti si abbassavano coraggiosamente in mezzo ai banchi di verdura e di frutta per beccare i rifiuti. Davanti alle macellerie, in cui si vedevano appesi pezzi di carne tagliati a caso, i cani randagi sostavano a gruppi, immobili, in attesa di qualcosa. Attorno alle rare automobili americane e francesi, i cittadini dal fez bianco formavano capannelli silenziosi e ammirati.
Il colonnello si stabilì nell’unica locanda della capitale, l’albergo Vianzone, dove i mercanti greci bisbigliavano di misteriosi affari giocando a «tavlì» (la dama del Medio Oriente), o piluccando pezzetti di carne arrostita e latte acido condito con l’aglio.
La mattina dopo il suo arrivo, si presentò ufficialmente al presidente della repubblica Achmed Zog, il quale abitava con la madre, cinque sorelle, e un nipotino, in una palazzina bianchiccia. Trovò il presidente in una stanza quadrata, insieme a tutta la famiglia, attorno a una stufa il cui tubo usciva dal centro del soffitto.
Zog aveva circa trent’anni. Vestiva piuttosto bene, di chiaro. Aveva l’aspetto di un uomo estremamente accorto. I suoi lineamenti, sottili e pallidi, si profilavano nettamente sullo sfondo nero della grossa stufa.
Dopo che il colonnello Pariani gli ebbe presentato le proprie credenziali di addetto militare, la conversazione, attraverso un interprete, sfiorò diversi argomenti di attualità. Le donne di Zog, secondo il costume maomettano, erano intanto uscite dalla stanza senza fare rumore, come ombre.
Poi la conversazione languì. Il presidente e il colonnello si guardarono per qualche minuto negli occhi, attentamente. Quindi, nello stesso momento, cominciarono a sorridere, poi a ridere, sempre più forte. L’interprete, attonito, stava a guardarli.
«Vi do sei mesi di tempo», aveva detto Mussolini. Pariani capì che quella risata accorciava i tempi.
2.
Nel grande studio del generale Alberto Pariani, a Malcesine, ci sono, ficcati a casaccio dentro scaffali, ammonticchiati sui tavoli e perfino sul pavimento, almeno un centinaio di volumi ricoperti di carta bianca o fiorata. È il colossale diario che il generale tiene, giorno per giorno, ininterrottamente, fin dalla prima guerra mondiale. Vi è annotato tutto, dai colloqui militari e politici al pagamento delle tasse, dalla riscossione degli stipendi ai progetti di legge studiati all’epoca del sottosegretariato alla Guerra. Fra i volumi che contengono il diario, ve ne sono altri, più piccoli, conservati con maggior cura. Sono anch’essi, in certo modo, un diario; ma Pariani non si è limitato a segnarvi gli avvenimenti grandi e piccoli della sua vita: vi ha fermato i pensieri, le osservazioni e le idee. Ogni volumetto ha un titolo: «Momenti», «Ore nere e ore grigie», «Ore di luce», ecc. I più interessanti sono «I miei giudizi sugli altri» e «Il giudizio degli altri su di me».
Sfogliando questa seconda raccolta, dove sfilano in ritrattini di poc...