Il disallineato
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Il disallineato

Tutto quello che accade dietro i riflettori della politica: dagli spin doctor agli ingranaggi del sistema

Claudio Messora

  1. 312 pages
  2. Italian
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Il disallineato

Tutto quello che accade dietro i riflettori della politica: dagli spin doctor agli ingranaggi del sistema

Claudio Messora

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È possibile che tutto quello che sappiamo sia falso? Come funziona la catena dell'informazione? Quali sono le nostre fonti, e le fonti delle nostre fonti? Il giornalismo è ancora il cane da guardia che controlla il potere o piuttosto è il cane da guardia che lo protegge?
E gli spin doctor: chi sono e cosa fanno? Ogni partito, movimento o carica pubblica di rilievo se ne serve, con il compito di filtrare e di modellare la comunicazione per conseguire un preciso obiettivo. E, soprattutto, di controllare l'informazione, costruendo una cornice di interpretazione che viene immediatamente adottata da giornali e televisioni compiacenti trasformandosi in una vera e propria gabbia mentale. È il vero effetto gregge: abbandonare il cosiddetto "frame" diventa impossibile, se non a prezzo dello stigma e della gogna. Claudio Messora, considerato per anni, dopo Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, il numero tre del Movimento 5 Stelle all'apice dei suoi consensi, e con una lunga esperienza da giornalista in televisione e in rete (dove, nel tempo ha costruito una viewership di milioni di persone con la piattaforma Byoblu) non è mai entrato in alcun gregge. Per questo non ha paura di raccontarci quello che ha imparato frequentando il mondo della politica e della comunicazione ai massimi vertici, dal Parlamento italiano fino a quello europeo. E niente ci sembrerà più come prima.

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1

Negli anni, i media di massa mi hanno dipinto in molti modi. Alla stregua di un incantatore (uno di quegli spin doctor che plasmano l’opinione pubblica e spostano milioni di voti), come un agitatore del web, come la terza carica nel Movimento 5 Stelle dopo Grillo e Casaleggio, come un «portasilenzi» (Marco Travaglio) e persino come un «uomo dalle mille identità» (come ebbe a dire Aldo Grasso sul «Corriere della Sera»).
Gli articoli su di me si sono sprecati.
Il «Corriere», ad esempio, scrisse che al Quirinale esisteva un dossier segreto, un faldone «gonfio di pagine» di «materiale sensibile» su Byoblu, insinuando che fossi un troll russo. Ovviamente si trattava di panzane, grossolane e inverosimili, volte a screditare il mio lavoro di giornalista indipendente.
Non l’ho mai presa sul personale: si tratta di propaganda. Sono i trucchi del mestiere. Prendi un personaggio scomodo, che sta crescendo troppo, e tenti di demolirlo associandolo viziosamente a un contesto che insinua senza affermare, in modo da non essere querelabile. Chi lo conosce e lo apprezza non cambierà idea, ma tutti gli altri verranno influenzati dal titolo e svilupperanno diffidenza. In questo modo otterrai di frenare la crescita di posizioni o temi che non devono diventare troppo ingombranti nel dibattito pubblico. Si tratta di tecniche ben collaudate di ingegneria sociale e vengono abitualmente utilizzate dal giornalismo mainstream, che è passato dal fare il cane da guardia che controlla il potere al fare il mastino che protegge il sistema. La macchina del fango non si attiva a caso: i direttori dei grandi quotidiani ricevono dagli spin doctor un ordine chiaro, screditare e distruggere qualcuno. Talvolta l’ordine arriva direttamente ai giornalisti, se sono fedeli e affidabili come solo chi ha fatto carriera grazie a queste qualità sa essere. Né da “bersaglio”, né da giornalista. Non sono un cane da riporto. Non sono interessato alla carriera. Quello che faccio, lo faccio per passione e credo nell’energia dell’entusiasmo. Non sono un feticista dei curricula e non pianifico nulla nel lungo termine. Inoltre, non essendo un commerciale abile nella vendita, non riesco a sostenere tesi in cui non credo o argomenti che non condivido. La verità e la coerenza personali vengono prima di tutto. Non so se chiamarla etica, che è un parolone. Forse si tratta di un’allergia all’inganno. So solo che, col tempo, ripaga. Sempre.
Evidentemente non siamo in tanti a pensarla così, stante il fatto che negli anni hanno tentato di cucirmi addosso diverse etichette e di inserirmi in un preciso frame: l’influencer di Grillo, l’ombra grigia in difesa del “fortino di Casaleggio” e via discorrendo. Forse si trattava anche semplicemente del fatto che ai giornalisti insegnano a pensare secondo categorie e cliché: se riescono a infilarti in una delle loro scatole hanno chiuso il pezzo. Poco importa se tu con quella scatola non hai nulla a che fare.
Ma la macchina del fango non viene attuata solo dal sistema, gli attacchi più feroci negli anni sono arrivati da quelli che avrebbero dovuto combattere la battaglia insieme a me. Ed è così che ti trovi a difenderti dai tuoi stessi “amici”, che all’epoca erano i gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle, portando alla luce un clima di veleni e sospetti che sempre accompagnano i processi democratici, come un’ombra dalla quale non ti puoi liberare e di cui magari parleremo più avanti.
Rino Formica, cinque volte ministro, ha detto che «la politica è sangue e merda», intendendo che «la politica è per gli uomini il terreno di scontro più duro e più spietato. Si dice che su questo campo ha ragione chi vince, e sa allargare e consolidare il consenso, e che le ingiustizie fanno parte del grande capitolo dei rischi prevedibili e calcolabili». Rino Formica aveva ragione. Infatti quel tipo di politica non fa per me, che non ho vinto perché non volevo giocare nessuna partita.
Che uno scriva per passione, che ci sia qualcuno che certo non disdegna il benessere economico ma che non lo mette al centro di ogni sua azione, che uno sia seguito perché si vede che quantomeno è onesto intellettualmente, tutto ciò è talmente lontano da un certo modo di intendere l’informazione (nel suo abbraccio mortale con la propaganda) che nessuno riesce neppure a immaginarlo. E allora chi sfugge a questa logica si fa comprensibilmente “misterioso”. L’esercizio del pensiero critico è ipocritamente incoraggiato, mentre in realtà è una minaccia per tutti.
Ed è per questo che ho deciso di mettere nero su bianco un pezzo della mia storia. Così alla fine del libro avrete un altro tassello del puzzle, forse utile a decifrare gli ultimi quindici anni della storia politica di questo Paese, di sicuro utile a me per spiegarvi chi sono e cosa ho fatto e lasciare una traccia scritta, questa volta indelebile.
Come sanno bene i gamberi, prima di proseguire dobbiamo però fare un passo indietro. Per entrare nel cuore dell’argomento devo raccontarvi qualcosa di me e di come sono entrato nel mondo della comunicazione e della politica, riavvolgendo il nastro a circa quattordici anni fa…
Erano i tempi in cui YouTube veniva usato per pubblicare video di gattini o i filmini del cane che scodinzola in giardino. Erano girati con telefonini che avevano la risoluzione di un francobollo, la fluidità scattosa di 15 fotogrammi al secondo, la sensibilità alla luce di una talpa e la capacità di mettere a fuoco di un paio di occhiali appoggiati sulla vaschetta del sapone in una doccia piena di vapore.
Oggi abbiamo dispositivi mobili che filmano meglio delle migliori videocamere prosumer dell’epoca, hanno una memoria pressoché illimitata, si collegano a radiomicrofoni direzionali che registrano il timbro della voce isolando i rumori esterni, consentono di fare dirette in pochi semplici passaggi e fanno editing video anche complessi, inviando tutto in rete, nel giro di pochi minuti. Ma solo quattordici anni fa era pura fantascienza. E vent’anni fa, per fare quello che oggi fa un qualunque youtuber con un computer da millecinquecento euro, dovevi lavorare in una televisione, con attrezzature che potevano costare diverse centinaia di milioni di lire, quando non un miliardo.
In quegli anni la politica era una riserva indiana, in cui però, invece dei nativi americani, albergavano solo professionisti di alto livello, ricchi, potenti o aristocratici: i cittadini non avevano alcuna possibilità di entrare nei Palazzi e incidere nel dibattito pubblico.
Poi arrivò Grillo che, stravolgendo le regole, mostrò al popolo che era possibile “andare all’assalto della Bastiglia”. Prendendo spunto da quanto stava avvenendo negli Stati Uniti, intraprese questa avventura grazie all’ausilio di uno strumento popolare che fino a quel momento era stato utilizzato solo per l’intrattenimento: YouTube, appunto.
Come ben sappiamo, alle spalle di Grillo c’era Gianroberto Casaleggio, il quale aveva un progetto e una visione ben precisi. Casaleggio aveva incontrato Grillo nei camerini di un teatro, dopo uno dei suoi spettacoli. Fu grazie a quell’incontro che i computer, da oggetto di scena da fracassare sul palco, diventarono per Grillo un prezioso alleato per incidere nel mondo della cultura, per lanciare una nuova forma di attivismo e per fare politica.
La prima versione del Movimento 5 Stelle nacque per favorire un rinascimento culturale, per condividere la conoscenza e per sostenere la libertà di espressione, sfruttando al meglio le potenzialità che Internet poteva esprimere per soddisfare le pulsioni della polis, cioè per sostenere l’impegno politico dei cittadini.
Grillo – che era stato cacciato dalla RAI per una battuta su Bettino Craxi – riempiva tendoni e palazzetti dello sport svelando fatti e arcani cui l’opinione pubblica non poteva accedere tanto facilmente. Sospinto da Casaleggio, aveva poi aperto un canale YouTube nel quale faceva controcultura, denunciava le malefatte della politica e magnificava la rete come paradiso della conoscenza condivisa.
Aveva spalancato un portone. Centinaia, poi migliaia, poi centinaia di migliaia di cittadini riscoprivano la libertà di pensiero e di parola, imparavano quali erano i loro diritti costituzionali, ascoltavano finalmente intellettuali e riflessioni che mai le televisioni avrebbero osato trasmettere.
Sotto la spinta dell’entusiasmo, facilitato dalla passione per la tecnologia, dall’amore per la scrittura e dall’innata spinta creativa, iniziai anche io a fare video.
Allora ero un perfetto sconosciuto che si era aperto un blog. E, siccome facevo l’informatico, non mi ero appoggiato a nessuna delle piattaforme allora disponibili, come WordPress o Blogger: la mia piattaforma digitale me l’ero interamente progettata da zero, in soli tre giorni.
Mi procurai i software e le attrezzature che la preistoria della multimedialità metteva a disposizione, ricavai improbabili angolazioni per inquadrature di straforo, in precario equilibrio tra stendipanni coperti di lenzuola e montagne di biancheria da stirare, e fu così, con lo pseudonimo di Byoblu, che iniziai a parlare al mondo.
Spesso mi domandano: «Perché Byoblu?».
Non sempre rispondo, nella ferma convinzione che talvolta il mistero risulti più affascinante della banale verità. Tuttavia, in questa occasione farò un’eccezione.
Non era una notte buia e tempestosa e fuori non tirava un vento gelido e sferzante. Non vidi un angelo in sogno ad annunciarmi una missione divina, e neppure ritrovai un antico manoscritto sotto la pavimentazione di un tempio nascosto nella giungla.
Doveva essere all’incirca il 2001 o il 2002, e ricordo bene la finestrella di un servizio di chat della Wind con il suo cursore lampeggiante a guardarmi con aria interrogativa. Mi implorava di decidermi, perché a lei serviva un nome utente: una di quelle combinazioni di caratteri da inventare per andare oltre e proseguire con la schermata successiva.
Se avessi saputo che un giorno sarebbe diventata il nome del più grande esperimento di informazione nato dal basso, dai cittadini per i cittadini, in Italia e forse addirittura nel mondo intero, magari ci avrei pensato meglio.
Se solo avessi immaginato che milioni di persone, vent’anni dopo, avrebbero digitato quotidianamente quella sequenza di caratteri, alla ricerca di una possibile risposta ai loro interrogativi, e che intorno a quelle sei lettere sarebbe nata una testata giornalistica con applicazioni su tutti i dispositivi, con un canale YouTube che prima di essere chiuso contava 525 mila iscritti in costante ascesa e 200 milioni di visualizzazioni video, con una televisione sul digitale terrestre che va in onda su un canale nazionale (acquistato dai cittadini), con una casa editrice che sta riscrivendo tutte le leggi del mercato e probabilmente, a breve, un sito di commercio elettronico per i prodotti italiani che possa fornire un’alternativa a quello dominato dai colossi digitali, be’… se avessi saputo tutto questo, allora probabilmente mi sarei sforzato di più. Mi sarei chiamato, che ne so… InformazioneLibera, QuintoPotere, LaMarciaTrionfaleDelleNews o altre amenità simili. Non certamente Byoblu, con quella vaga assonanza con i nomi dei detersivi e quella ipsilon eccentrica che mi fa sempre perdere ore a spiegare alle centraliniste come si scrive il mio indirizzo e-mail.
Invece, un po’ distrattamente, misi insieme il principio della vita, “bio” (non chiedetemi perché io l’abbia scritto con la ipsilon, ma doveva sembrarmi in qualche modo più colto) e il mio colore preferito: il blu.
Ho sempre amato il blu, al punto che avevo un’intera parete in salotto (una sola, le altre erano bianche) di quella tonalità che assume il cielo quando digrada dolcemente, e un po’ misteriosamente, fino a sprofondare nella notte. Quel tipo di blu che oggi si trova un po’ ovunque… su Byoblu.
Come se non bastasse, dovendo registrare un nome di dominio dove pubblicare le mie cose (fidanzate, viaggi, poesie, foto…), ci aggiunsi un “puntocom” e ne feci un sito web.
Ecco, adesso che lo sapete dimenticatelo e mettiamoci d’accordo su una versione dei fatti un po’ più elegante.

2

Gianroberto Casaleggio era da poco uscito da quel camerino dove aveva incontrato Beppe Grillo, che appunto nei teatri spaccava i computer, per spiegargli che di silicio e microprocessori si poteva fare un uso più intelligente.
La narrazione costruita da Grillo nei suoi spettacoli si rivelava adatta all’esperimento sociale immaginato da Casaleggio, che aveva scelto il comico genovese come icona e portavoce del suo nascente movimento, utilizzando la sua visibilità e rilanciando le sue provocazioni attraverso un nuovo blog. Da quell’incontro in un camerino era nato il blog di Beppe Grillo. All’epoca non tutti sapevano cos’era un blog. C’erano i siti delle testate giornalistiche, e poi c’erano i blog, contrazione di weblog, ovvero diario in rete. In Italia non erano ancora molto diffusi, e certamente in pochi li usavano per fare politica. Casaleggio era un attento conoscitore delle dinamiche che, negli USA, precedevano di almeno vent’anni quel che poi sarebbe arrivato anche in Italia. E così realizzò qualcosa di unico, che presto scalò le vette delle classifiche dei siti più visitati. Certamente in Italia il blog di Beppe Grillo era quello più visitato in assoluto, ma anche a livello internazionale si posizionava molto bene. Ne esistevano tre versioni: oltre a quella in italiano, c’era la versione in inglese e perfino una versione in giapponese. Il blog si accompagnava inseparabilmente all’omonimo canale YouTube. Da lì ai V-Day il passo fu breve: le oceaniche manifestazioni di piazza dove milioni di persone confluivano, spinte dal desiderio di cambiare il mondo, stavano per arrivare. Prima a Bologna, poi a Torino.
Da irresistibile comico, Grillo si sarebbe trasformato nello Spartaco della politica. Tuttavia, l’ideologo e lo spin doctor era solo ed esclusivamente Gianroberto Casaleggio. La sua visione cristallina del futuro avrebbe portato di lì a poco alla cosmogenesi del M5S.
Il commento e la critica della cronaca politica tutto d’un tratto non erano più riservati esclusivamente ai deputati, ai grandi imprenditori o agli opinionisti ingessati dei salotti televisivi. Casaleggio, attraverso i commenti su YouTube e quelli sul blog, stava infatti restituendo ai cittadini un ruolo cui da tempo avevano abdicato. E non finiva lì: non solo nasceva nel popolo una rinnovata spinta alla partecipazione politica, dopo decenni di disillusione, ma veniva proposta addirittura una nuova forma di governo, assistita dalla rivoluzione digitale: la democrazia diretta. Era dai tempi della democrazia ateniese che non si viveva questo entusiasmo.
Se utilizzati bene, Internet e i computer potevano essere portatori di una nuova era di libertà e trasformazione. Un esperimento di questa portata non era mai stato tentato in nessuna parte del mondo.
Io di politica nella mia vita non mi ero mai interessato. Avevo fatto il liceo scientifico, studiato un po’ di ingegneria, un po’ di psicologia e un bel po’ di informatica. Poi avevo fatto il musicista, scritto canzoni, vinto concorsi, poi avevo fatto il team leader di progetti interbancari, l’insegnante di tecnologie web ai dipendenti delle compagnie di assicurazione, il direttore di...

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