Mafia
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Mafia

Lupo Salvatore

  1. 80 pages
  2. Italian
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Mafia

Lupo Salvatore

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La parola "mafia" ricorre con motivata insistenza, e ormai da molti anni, nelle discussioni politiche, nelle inchieste giudiziarie, nella fiction televisiva, nei soggetti cinematografici; e l'argomento non compare solo al centro di studi a carattere giuridico o storico ma anche in ricerche antropologiche e sociologiche in Italia, negli Stati Uniti e in diversi altri paesi. In particolare da queste ultime, che analizzano il termine più come comportamento che come organizzazione, prende avvio questo saggio che ripercorre la storia e le mutazioni del fenomeno mafioso a partire dal periodo dell'unificazione italiana, indagandone le molteplici specificità: in quale congiuntura storica ha preso corpo, come si è manifestato all'inizio e quale evoluzione ha subìto fino ai nostri giorni, quali la delimitazione geografica e il radicamento nella società e nell'economia, gli intrecci tra potere politico, impresa e criminalità, i protagonisti, le ramificazioni, il ruolo e l'"ideologia" dei pentiti. Pagine importanti sono dedicate alla sanguinosa escalation verificatasi in Sicilia e nel Mezzogiorno tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso e al lavoro della magistratura palermitana, svolto col determinante contributo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e culminato nella sentenza del maxiprocesso (1987), che sancì le responsabilità e la stessa esistenza (da tanti allora negata) di "Cosa nostra", gettando le basi di un nuovo corso

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Information

Publisher
Treccani
Year
2022
ISBN
9788812009978
Mafia

PREMESSA

Qualche parola per misurare la distanza tra il presente e il passato, cioè per rimettere nel loro contesto storico i due miei interventi sulla mafia, comparsi in origine (rispettivamente) nel 1996 e nel 2007, che sono qui ripubblicati senza correzioni o integrazioni. Mentre scrivevo il primo, ancora si sentiva l’eco tremenda della stagione delle stragi intestine di mafia, della sequenza degli assassinii “eccellenti” culminata in quelli di Falcone e Borsellino, della minaccia terroristica fatta pesare non solo sulla Sicilia ma sulla stessa democrazia italiana. L’idea della mafia come residuo feudale, costume tipico di una società arretrata e periferica, mi sembrava inadeguata, e fuorviante. Nel passato cercavo le tracce di un fenomeno politico-criminale ben compatibile con la modernità, consapevole della propria identità. Tracce che potessero portare a quella mafia presentatasi drammaticamente sulla scena del presente col proprio volto di poderosa organizzazione, col proprio nome: “Cosa nostra”. Il secondo intervento ripercorreva la drammatica escalation del 1979-1993, ma anche sottolineava quanto dieci anni prima soltanto si intravedeva: che per Riina & C. la sfida terroristica non aveva pagato. L’ultimo boss corleonese, Provenzano, era appena andato a raggiungere in prigione tanti suoi compagni. Cosa nostra era stata colpita da una repressione senza precedenti (anche se ci riferiamo a quella, tanto celebrata, di periodo fascista).
E arriviamo a oggi, 2022, a trent’anni dalla fine della stagione o era “corleonese”. Qualcuno può pensare che siamo tornati alla norma: quella di una mafia che trama nell’ombra, fornisce protezione agli uomini d’affari e servizi elettorali ai politici; i cui affiliati sono essi stessi commercianti e affaristi impegnati in settori sia legali che semi-legali. Se non che, per questo come per qualsiasi oggetto storico, non possiamo parlare di norma (orribile parola, visto l’argomento) e di eccezione, ma al contrario di una dialettica tra continuità e mutamento. Consideriamo il secolo scorso nel suo insieme. Ci sono state fasi in cui la mafia si è in effetti mantenuta al coperto, altre in cui è uscita in superficie. Per il ciclico esplodere delle guerre per bande. Per i conflitti sociali, quelli ad esempio dei due dopoguerra, le lotte contadine che costrinsero la mafia a prendere posto nella battaglia politica, seppure come minor partner in fronti più ampi e compositi. Per le lusinghe del narcotraffico, settore redditizio quanto difficilmente conciliabile con l’immagine tradizionalista che i mafiosi amano proiettare di sé, e foriero di irrisolvibili conflitti interni. Da qui arriviamo appunto alla congiuntura drammatica del 1979-1993, in cui Cosa nostra provò ad assurgere al ruolo di protagonista, su scala regionale e non soltanto.
*
Mi risulta oggi più chiaro, appunto in questa nostra prospettiva 2022, che della mafia non può farsi storia se non in stretta connessione con quella del suo antagonista. Parliamo di un soggetto che rimane nascosto nelle pieghe sociali quando nessuno lo cerca, che si vede quando qualcuno adopera gli occhiali giusti; che è forte quando viene tollerato, ed è debole quando viene contrastato.
Va detto che, nel Novecento, per tre volte la mafia ha incontrato un antagonista. Negli anni del regime fascista, le autorità per la prima volta ne indicarono con decisione la natura di associazione a delinquere. Al passaggio tra anni Quaranta e anni Cinquanta, i partiti comunista e socialista, nonché il quotidiano “L’Ora” e una pugnace pattuglia di intellettuali (Dolci, Pantaleone, Sciascia), ne enfatizzarono la vocazione filo-borghese e filogovernativa. Nella prima stagione, però, la mobilitazione istituzionale non poteva, per definizione, coincidere con un moto dal basso, e con una più generale rivendicazione di libertà; mentre, nella seconda stagione, fu appannaggio (di una parte) dell’opinione pubblica, essendo le istituzioni come paralizzate da un patto di non belligeranza con la mafia. Solo successivamente, attraverso la falsa partenza degli anni Sessanta, sino al culmine della prima metà degli anni Novanta, si creò il movimento che possiamo chiamare antimafia, con la sua capacità di attestarsi su tre fronti: quello dell’opinione pubblica, quello del discorso politico, quello istituzionale.
Sono gli stessi su cui tutt’oggi troviamo attestata l’antimafia. Abbiamo un movimento di opinione pubblica e tante associazioni, tra cui spicca la rete di Libera, periodici (anche specializzati) e trasmissioni televisive che tornano sul tema, iniziative scolastiche e corsi universitari che provano ad approfondirlo. Forniscono grandi contributi di memoria, di analisi e di passione i parenti dei caduti, i sacerdoti come don Ciotti, gli intellettuali come Saviano. Non dimentichiamo i docenti e gli studiosi (come chi scrive queste note, potrebbe osservare qualcuno). E ovviamente ci sono i magistrati che intervengono nella discussione pubblica: quelli che – come Giancarlo Caselli – si sono valorosamente spesi nel momento più terribile; quelli che appartengono a generazioni successive, ma che ugualmente si richiamano a quel passato. Qui siamo al fronte istituzionale, di cui indico un po’ schematicamente, da non giurista, le componenti-base. Ci sono istituzioni statali ad hoc, investigative e giudiziarie, nonché politiche, come la Commissione parlamentare antimafia e quelle regionali. C’è una legislazione che definisce come reato l’organizzazione di tipo mafioso, punisce questo reato molto severamente, premia il contributo fornito alle indagini e ai procedimenti penali dagli affiliati stessi, si impegna a individuare e a sequestrare i patrimoni mafiosi, stabilisce per i detenuti di mafia metodi di carcerazione speciale, e nega agli “irriducibili” i normali benefici di legge. Si pone anche un problema assai complesso: come punire il “concorso esterno”, ovvero chi consapevolmente favorisce le organizzazioni mafiose, pur non facendone parte?
Quello dell’antimafia è uno scenario affollato, che potrebbe giustificare qualche contro-polemica “alla Sciascia”, qualche accusa di “giustizialismo”. Tra gli altri, infatti, ospita quelli che protestano indignati ogni volta che un tribunale assolve un imputato, e respingono l’idea stessa che il diritto penale debba distinguere diverse responsabilità individuali, e dosare le pene. E ci sono quelli che plaudono entusiasti ai PM che passano disinvoltamente dall’agone giudiziario a quello mediatico a quello politico, magari presentandosi alle elezioni il momento dopo aver lasciato la toga. Però, nel complesso, io penso che l’antimafia rappresenti una grande risorsa civile e istituzionale del paese, il lascito positivo di un drammatico passato.
Sia pure tra mille incertezze e in un tempo esasperatamente lungo, sia pure a prezzo di sangue e di tante sofferenze, sono stati raggiunti in Sicilia risultati che, io confido, non saranno messi in dubbio nemmeno domani. Sul fronte dell’opinione pubblica, e un po’ anche su quello politico, la mafia non può più contare su quel tanto di tolleranza di cui godeva prima. Nessuno più dice che non esiste, facendo uso e abuso dell’apologetica sicilianista; e nessuno dice (variante culturalmente più raffinata, alla Pitrè) che si tratta di un costume sostanzialmente innocuo di quel popolo arretrato che sono i siciliani. E veniamo alla risposta istituzionale, se volete alla repressione. Se dopo il 1993 la mafia-Cosa nostra ha abbandonato il terreno della strage, se si è ritirata al coperto, non l’ha fatto sua sponte, per un astuto tatticismo, come sostiene chi continua a coltivare – contro ogni evidenza – il mito paralizzante della sua invincibilità. Sono stati i successi dell’antagonista a obbligarla a una simile ritirata.
Nel presente, abbiamo una quantità ben inferiore di cadaveri nelle strade e nessun cadavere eccellente, però, certo, la pericolosità delle organizzazioni mafiose non si misura solo dal sangue versato (anche da quello, certo), ma pure dalla loro capacità di gestire affari e di inserirsi in un più generale malaffare. Ed è possibile che i vecchi gruppi si stiano rinnovando, o che se ne stiano formando di nuovi. C’è poi da considerare il contesto. La promessa di nuova democrazia che si accompagnava alla svolta del 1992-1993 non si è inverata, i partiti leggeri nati allora non si sono rivelati più impermeabili alla corruzione di quanto fossero stati quelli pesanti – la Dc, il Pci, il Psi – allora morti. La (cosiddetta) Seconda Repubblica non è stata affatto immune dalla corruzione che affliggeva la Prima, e non c’è ragione di credere che le cose saranno cambiate dai vaghi annunci della Terza. Non in Sicilia, non nelle altre regioni del Mezzogiorno, non generalmente in Italia.
*
Abbiamo parlato sinora della mafia siciliana, ma ormai è usuale il ricorso al plurale mafie. Ne accennavo già alla fine del mio intervento del 2007. La stessa legge italiana, a partire dal 1982, raccoglie sotto la categoria generale dell’associazione di tipo mafioso le diverse forme regionali di criminalità organizzata, indicate nella discussione pubblica, nonché dalle fonti ufficiali, come Cosa nostra (appunto, Sicilia), camorra (Campania), ’ndrangheta (Calabria), Sacra corona unita (Puglia). E teniamo conto di quanto, tra queste mafie, siano cambiati i rapporti di forza. La crisi relativa di Cosa nostra coincide col comprovato protagonismo di una ’ndrangheta che è calabrese sì, ma che si va anche espandendo sia nella parte settentrionale del nostro paese sia all’estero, con i suoi affiliati e imprenditori, le sue reti di relazioni e di traffici, il suo stesso sistema di organizzazioni territoriali, o locali. Su scala internazionale, poi, già da tempo il termine mafia non viene più riferito necessariamente a gruppi criminali di origine italiana. Viene usato, con varie qualificazioni etniche (mafia cinese, albanese, cecena, colombiana, messicana ecc.), per indicare gruppi criminali di base etnica, spesso originati in società sottosviluppate o periferiche, che vanno a gestire il loro malaffare in società più ricche, sostenendosi su flussi migratori e traffici illeciti (a cominciare dai soliti stupefacenti). E che contano dunque su legami di solidarietà (appunto etnica) tra compaesani o connazionali, tra criminali, area grigia e anche persone oneste.
Scriveva Giovanni Falcone nel 1990: «Non mi va più bene che si continui a parlare di mafia in termini descrittivi e onnicomprensivi, perché si affastellano fenomeni che sono sì di criminalità organizzata ma che con la mafia hanno poco o nulla da spartire» (“Segno”, 1990, n. 116, p. 10). Per molto tempo ho anch’io condiviso questo tipo di diffidenza, questo timore di un annacquamento, di una sottovalutazione della specifica pervasività/pericolosità della mafia siciliana. E ancora in parte lo condivido perché la mafia non è mai stata solamente, propriamente criminalità organizzata, e neanche un anti-Stato: ma piuttosto una struttura vicaria dello Stato, storicamente radicata in certi territori, forte del sostegno di classi intermedie e superiori, dotata di una legittimazione sociale e culturale.
Devo comunque convenire che su ogni argomento di studio, su questo quanto e più che sugli altri, l’approccio comparativo non manca di motivazioni e offre una quantità di possibilità interpretative. Ogni dibattito (storiografico, socio-antropologico, criminologico e anche politologico) che voglia aspirare a essere “scientifico”, dovrà tenerlo in conto. Il discorso vale anche per l’approccio internazionalista, tanto più necessario per Cosa nostra siciliana, che ha sempre avuto una consorella, la Cosa nostra americana, che poi è stata una mafia etnica degli Stati Uniti con qualche tratto comparabile con quelle messicane o colombiane. Credo anzi sia giusto dire che, mettendo insieme i due versanti, Cosa nostra sia stata una mafia di dimensione transoceanica e transcontinentale, che non avrebbe potuto raggiungere successo e fama universale se non avesse potuto contare sulle risorse di due, diversissime società: una delle quali è sempre stata la più ricca e moderna del m...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. INTRODUZIONE, di Gaetano Savatteri
  5. MAFIA
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Salvatore, L. (2022). Mafia ([edition unavailable]). Treccani. Retrieved from https://www.perlego.com/book/3518746/mafia-pdf (Original work published 2022)

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Salvatore, Lupo. (2022) 2022. Mafia. [Edition unavailable]. Treccani. https://www.perlego.com/book/3518746/mafia-pdf.

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Salvatore, L. (2022) Mafia. [edition unavailable]. Treccani. Available at: https://www.perlego.com/book/3518746/mafia-pdf (Accessed: 15 October 2022).

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Salvatore, Lupo. Mafia. [edition unavailable]. Treccani, 2022. Web. 15 Oct. 2022.